Aforismi, Altre Arti

Aforismi: Elisabetta Bianco – Gli Stratagemmi di Polieno. Introduzione, traduzione e note critiche

Spesso la disperazione fa ottenere quei risultati che il valore non è riuscito a dare.

Temistocle, Libro Primo

Non sono fuggito, ma mi sono ritirato come gli arieti, per sferrare di nuovo un attacco più violento.

Filippo II citato da onomarco, Libro Secondo

Durante l’assedio di Tiro, Alessandro voleva costruire un grande terrapieno intorno alle mura della città: allora prese egli stesso per primo un cesto, lo riempì di terra e lo portò. Alla vista del re che lavorava di persona, i Macedoni gettarono subito i mantelli e velocemente eressero il terrapieno.

Alessandro, Libro Quarto

Ad Arbela Alessandro si era schierato per l’ultima battaglia contro Dario. Quando una non trascurabile divisione di Persiani attaccò compiendo un aggiramento e cercò di razziare gli animali da soma dei Macedoni, Parmenione consigliò ad Alessandro di correre in loro difesa, ma egli ribatté: “Non bisogna disunire per nessun motivo la falange, ma combattere contro i nemici; infatti in caso di sconfitta non ci serviranno più gli animali da soma, mentre in caso di vittoria avremo sia i nostri che quelli dei nemici.”

ALESSANDRO, LIBRO QUARTO

Alessandro conquistò l’Asia. I Macedoni erano molesti e pesanti nei suoi confronti e sostenevano con forza che tutti i successi da lui ottenuti erano dovuti a loro stessi. Egli allora ordinò che quelli stessero armati da una parte e i Persiani da un’altra. Allorché si divisero, disse: “Voi Macedoni scegliete chi volete come comandante, mentre io condurrò i Persiani. Nel caso che vinciate farò tutto ciò che ordinerete; in caso di sconfitta, rendetevi conto che non avete nessun potere e che dovete starvene tranquilli.” Lo stratagemma spaventò i Macedoni e per il resto del tempo furono più moderati nei confronti di Alessandro.

ALESSANDRO, LIBRO QUARTO

Alessandro e i Macedoni, mentre viaggiavano lungo una strada senz’acqua, erano tormentati dalla sete. I ricognitori del terreno trovarono in una roccia cava un po’ d’acqua, che raccolsero in un elmo e portarono ad Alessandro. Mostratala all’esercito, per semplificare che bisognava stare di buon animo in quanto era comparsa dell’acqua, non la bevve, ma anzi rovescio l’elmo davanti agli occhi di tutti. Allora i Macedoni con un grido lo esortarono a condurli avanti lungo la strada, pronti a resistere alla sete, grazie alla padronanza di sé che il re aveva dimostrato.

ALESSANDRO, LIBRO QUARTO

In piena estate Alessandro stava conducendo l’esercito lungo un fiume, mentre i nemici incalzavano. Vedendo che i soldati erano assetati e guardavano desiderosi verso l’acqua del fiume, affinché non rompessero le file per bere né interrompessero la marcia a passo veloce, ordinò all’araldo di annunciare di tenersi lontani dal fiume, perché aveva l’acqua avvelenata. I soldati spaventati se ne tennero lontani e affrettarono la marcia; Alessandro poi, una volta condotto a termine il cammino e accampatosi, davanti a tutti cominciò egli stesso a bere dal fiume con i comandanti. I soldati si misero a ridere e compresero il motivo dell’inganno, poi si riforniranno tutti di acqua dal fiume senza timore.

ALESSANDRO, LIBRO QUARTO

“Non giova per nulla ai re imparare a pranzare in modo così dissoluto; inevitabilmente a una gran dissolutezza e lusso segue una grande viltà; vedete che coloro che si rimpinzavano di tali pasti sono stati rapidamente sopraffatti in battaglia.”

Alessandro, Libro Quarto

Perisade, re del Ponto, usava un abito diverso a seconda dell’occasione, uno quando faceva schierare i soldati, uno quando combatteva contro i nemici, un altro quando doveva fuggire, se si presentava la necessità. Infatti quando si schierava a battaglia voleva essere ben visibile a tutti, quando era in pericolo non voleva farsi vedere da nessuno dei nemici, quando fuggiva non voleva essere riconoscibile né dai suoi uomini né dagli avversari.

Perisade, Libro Settimo

Scipione, avendo visto un soldato che andava molto fiero per il suo scudo dorato, disse: “È vergognoso che un Romano riponga la fiducia nella mano sinistra più che nella destra”.

Scipione, Libro Ottavo

La tebana Timoclea era la sorella di Teagene, che aveva combattuto contro Filippo a Cheronea; quando qualcuno gli aveva gridato: “Fin dove vuoi inseguirlo?” Teagene aveva risposto: “Fino in Macedonia”. Alla sua morte gli era sopravvissuta la sorella. Quando poi Alessandro distrusse Tebe e molti soldati saccheggiavano la città di qua e di là, un ipparco trace occupò la casa di Timoclea. Questo Trace, dopo aver cenato, non solo chamò Timoclea nel suo letto, ma la costrinse anche a confessare se aveva dell’oro o dell’argento nascosto da qualche parte. Ella rispose che aveva molti gioielli d’oro e d’argento in collane, braccialetti, coppe e monete, ma che, quando era stata presa la città, li aveva buttati tutti in un pozzo senz’acqua. Il Trace le credette ed ella lo condusse nel giardino di casa, dove c’era il pozzo, invitandolo a scendervi. Egli allora vi scese a cercare l’argento e l’oro, ma Timoclea da sopra insieme alle serve gli tirò addosso molti sassi e pietre, seppellendo così il barbaro. I Macedoni la fecero prigioniera e la portarono dal re Alessandro; quando ella ammise di essersi vendicata di un Trace che l’aveva oltraggiata e violentata, Alessandro la ammirò e la lasciò libera insieme a tutti i suoi parenti.

Timoclea, Libro Ottavo

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