Aforismi, Altre Arti

Aforismi: Monica Centanni, Pseudo Callistene, Plutarco – Romanzo di Alessandro seguito da Vita di Alessandro

ROMANZO DI ALESSANDRO – PSEUDO-CALLISTENE

Si narra che il più valoroso e nobile fra gli uomini sia stato Alessandro, il re dei macedoni, che compì tutte le sue imprese trovando sempre nella divina provvidenza un valido alleato al suo valore: portò guerra a tutti i popoli della terra, conquistando città dopo città tanto rapidamente che a un altro quel tempo non sarebbe bastato neppure per visitare quei luoghi.

Non sta nel numero la forza, e la guerra dipende solo dal coraggio degli uomini: un solo leone ghermisce infatti molti cervi, e un lupo fa razzia di molte greggi di pecore.

Aveva piuttosto delle fattezze particolari, tutte sue: aspetto d’uomo, una chioma di leone, gli occhi di diverso colore, il destro nero e il sinistro azzurro, e i denti aguzzi come quelli di un serpente. E anche le sue movenze erano quelle di un leone.

Intento a scrutare le cose del cielo, non sai neppure cosa c’è per terra.

Poi ad Alessandro:

«E se tu, ragazzo mio, avrai il regno di tuo padre Filippo, come ti comporterai con me, che sono stato il tuo maestro?».

E Alessandro:

«Perché mi interroghi ora su questioni che riguardano il futuro, quando non ho certezza neppure del domani? Ti ricompenserò quando verrà l’ora!».

Al che Aristotele:

«Ti saluto, Alessandro, Signore del mondo: tu sarai certamente un grandissimo re!».

Non essere così tronfio, re Nicolao, e orgoglioso come se tu avessi certezza del domani: la fortuna non si ferma mai nello stesso punto e la sua ruota, girando, schiaccia gli spacconi.

Come dice il proverbio, «chi contro un altro il male trama, contro se stesso lo trama».

Ma io vi chiedo di far parte del mio esercito, anche se siete vecchi: la vecchiaia vale molto di più della giovinezza, perché spesso, quando si è giovani, si confida nella prestanza fisica e su quella ci si adagia, e così si affronta sconsideratamente il pericolo; il vecchio invece ragiona prima di attaccare e temporeggiando riesce, con la sua prudenza, a evitare il pericolo. Vi chiediamo dunque, o padri, di combattere al nostro fianco non per contrastare i nemici, ma perché possiate essere per i giovani uno stimolo al valore. C’è bisogno di entrambi, giovani e vecchi; prestate al nostro esercito l’aiuto della vostra esperienza, perché anche per combattere serve intelligenza.

O siete voi i più forti, o dovete pagar tributo a chi è più forte di voi.

Certi cani che son piccoli e deboli abbaiano forte perché cercano, con i loro latrati, di dare un’impressione di forza: così Dario!

Gli epiteti divini quando vengono attribuiti ai mortali sembrano conferire loro una grande potenza e un’aura di profonda saggezza; ma come possono i nomi degli dèi immortali adattarsi a corpi che sono destinati a morire?

Quanto poi alla frusta, alla palla e allo scrigno d’oro, che hai inviato per deridermi, li accetto come segni di buon auspicio. Prendo la frusta: con le mie lance e le mie armi scorticherò i barbari e con le mie mani li ridurrò in schiavitù. Prendo la palla: con quella mi dai un simbolo del mondo intero su cui regnerò e che è, come una palla, rotondo. Prendo l’oro come un significativo presagio: da me sarai sconfitto, e dovrai pagarmi tributo.

Beati voi, che avete avuto la fortuna di trovare un tale cantore delle vostre gesta: perché Omero nei suoi poemi vi ha fatto grandi, ma a guardar bene non siete certo all’altezza dei suoi versi!

Se si fa fronte al male con un male minore, le difficoltà sono più sopportabili.

Con la vita di Alessandro, la vita di tutto l’esercito era spezzata.

La guerra non è di chi fugge, ma di chi insegue!

Tutte le storie, infatti, se sono verosimili, provocano stupore in chi le ascolta.

Nessuno di voi dovrà provare paura: miriadi di mosche infestano il prato, ma se ronzano anche solo poche vespe, col rumore delle loro ali fanno piazza pulita di tutte le mosche. Il numero non vale nulla rispetto al valore: quando arrivano le vespe, le mosche vengono annientate.

Quando compirai un’impresa divina e ti parrà di toccare il cielo con un dito, guarda al futuro: la fortuna non conosce re, per quanto potenti, ma a caso tutto rimesta, di qua e di là.

O voi, che siete stati i miei valorosi compagni nelle battaglie, ora imparate che, senza consiglio ed esperienza, il coraggio non vale nulla.

Che vantaggio hai, Alessandro, a continuare a tormentarti? Quel che è stato è stato!

So bene che ognuno desidera soltanto ciò che vale di più di quel che già possiede e non gli interessa quel che vale di meno.

È bello per il mortale non sapere quando deve morire, perché la vita è tutta un morire, se si conosce quell’ora, nell’aspettarla. Invece non conoscere l’ora della propria morte consente al mortale di dimenticare, di non riandare continuamente con la mente al destino, che è morte comunque. Ma tu hai fondato una città famosissima presso tutti gli uomini: molti re tenteranno di distruggerla! Ma tu vi abiterai da morto e non sarai morto: perché il monumento funebre che ti ricorderà sarà la città che hai fondato.


VITA DI ALESSANDRO – PLUTARCO

Non scrivo di storia, scrivo le biografie dei miei personaggi. E io ritengo che qualità e difetti non emergano dalla narrazione di grandi e celebri imprese; invece molte volte un piccolo fatto – una battuta, una frase scherzosa – rivelano il carattere di un personaggio più che battaglie con miriadi di morti, con eserciti enormi e assedi di città.

Era, invece, a quanto riferiscono, di carnagione chiara e la sua pelle bianca si arrossava particolarmente sul petto e sul volto. Ho letto inoltre nei memoriali di Aristosseno che la sua pelle emanava un dolcissimo odore e dalla sua bocca e da tutto il corpo usciva un profumo che impregnava perfino le vesti.

Ogniqualvolta arrivava l’annuncio che Filippo aveva conquistato una città famosa o aveva ottenuto una vittoria in una gloriosa battaglia, Alessandro non era del tutto felice, ma diceva ai suoi coetanei: «Ragazzi, mio padre conquisterà tutto e non mi lascerà nessuna impresa grande e splendida da compiere con voi».

Il padre, dicono, pianse per la gioia, e quando Alessandro smontò gli baciò il capo e disse: «Figlio mio, cerca un regno che sia alla tua altezza: la Macedonia certo non ti basta!».

«Io vorrei eccellere sugli altri perché ho fatto esperienza della migliore sapienza, piuttosto che per la potenza dei miei eserciti».

Il padre infatti lo aveva fatto vivere, ma il filosofo gli aveva insegnato a vivere bene.

Sembra infatti che una volta Leonida, durante un sacrificio, avesse rimproverato Alessandro perché prendeva i profumi e li versava sul fuoco dell’altare a piene mani, dicendogli: «Quando sarai signore delle terre in cui si producono profumi, potrai bruciarne così, a profusione; ma per ora usa con parsimonia quanto possiedi». Allora Alessandro, da Gaza, gli scrisse così: «Ti ho mandato moltissimo incenso e tanta mirra, così finalmente smetterai di essere avaro con gli dèi».

Parmenione disse: «Se io fossi Alessandro accetterei»; e Alessandro: «Anch’io, certo, se fossi Parmenione».

Tanto è nobile Alessandro nella vittoria, quanto è tremendo sul campo di battaglia.

«Io non rubo la vittoria».

La madre gli scrive: «Non comportarti così! Fa’ pure del bene ai tuoi amici e rendili importanti, ma in altro modo; ora sono tutti come dei re! Godono delle molte amicizie che hai procurato loro, mentre tu resti solo».

«No, mio re: allora c’era un solo Dario, ora tu hai creato parecchi Alessandri».

Dorme meglio chi è sfiancato dalla fatica di chi è fiaccato dall’ozio.

«Come può curare da sé il suo cavallo o tenere pronti la lancia e l’elmo chi non è più abituato a toccare il proprio corpo con le sue mani? Non capite che la nostra vittoria consiste nel non fare quello che facevano i nemici che abbiamo vinto?».

È proprio di un re sentire critiche anche quando agisce bene.

Ripeteva spesso, che Efestione era amico di Alessandro, mentre Cratero era amico del re.

Alessandro diceva di lui, con le parole di Euripide: «Odio il saggio che non sa essere saggio per se stesso».

«La vita è più forte, perché sopporta un male grande come la morte».

Se è vero che è tremendo non credere ai segni divini o sottovalutarli, altrettanto tremenda è la superstizione che, come la pioggia piove sul bagnato, perseguita e affligge chi già si sente afflitto.


«Una volta in Spagna in un momento di riposo Cesare stava leggendo un libro su Alessandro; vi meditò a lungo e poi si mise a piangere. Agli amici che si meravigliavano per quelle lacrime e gliene chiedevano il motivo disse: “Non vi sembra sia il caso di addolorarsi se Alessandro quando aveva la mia età regnava già su così tante genti, e io invece non ho ancora fatto nulla di glorioso?”»

Plutarco, Vita di Cesare

ALESSANDRO: DAL MITO ALLA LEGGENDA E RITORNO

di Monica Centanni

Non possiamo più accettare integralmente la divisione netta fra la tradizione «veridica» sulle imprese di Alessandro Magno, e la tradizione «fantastica» intorno a quelle imprese medesime. […] Anche la leggenda fantastica, come il Romanzo di Alessandro, affonda le sue radici nella stessa personalità storica di Alessandro e nell’interpretazione che di lui avevano dato i contemporanei.

Santo Mazzarino

Alessandro, divenuto re della piccola Macedonia a ventun anni, in pochissimo tempo si trova a essere il re del mondo.

Ma Alessandro riesce nella sua impresa incredibile perché, a differenza del padre, non è soltanto un formidabile condottiero e un fortunato conquistatore. Ben al di là di qualsiasi ragionevole previsione ottimistica, Alessandro riesce infatti a conquistare il mondo perché si muove in una dimensione diversa e superiore da quella della politica e della strategia.

Alessandro vince strategicamente sul campo di battaglia e, soprattutto, politicamente la sfida della storia, perché le sue gesta si compiono in un tempo e in un orizzonte mentale che supera la strategia e la storia: Alessandro pensa, progetta e agisce, costruisce la sua fortuna e la sua immagine nel tempo e nello spazio del mito.

La speranza trascina Alessandro a spostare sempre più avanti la linea del suo orizzonte; la speranza è il suo demone e Alessandro non sa fermarsi, non può considerare nessuna tappa, nessuna impresa, come l’ultima della sua avventura.

Nell’Iliade sta scritto che l’eroe è brotós, dotato – a differenza degli dèi – della facoltà di morire. Ma sta scritto anche che, a differenza degli altri mortali, l’eroe gioca il limite doloroso della sua mortalità, impegnandosi a riscattare il destino di una vita breve: cercando cioè di fare, di dare al mondo l’impronta irripetibile del suo daimon e conquistare così, nella visibilità delle prove di valore, l’agognata gloria.

Molto prima di immaginare fin dove arriveranno le sue conquiste si porta appresso una corte di archivisti, di cronisti e di storici, di testimoni e di poeti: perché Alessandro crede poco alla realtà obiettiva degli eventi, ma molto alla durata della loro narrazione.

Per i greci e i macedoni la divinizzazione di Alessandro costituirà, fino all’ultimo, un problema intollerabile, incompatibile con la mentalità greca. Ma dopo la sua morte, dopo il trasporto rituale del suo corpo da Babilonia ad Alessandria, trionfa l’idea della natura divina del Re e viene introdotto il culto del sovrano in tutte le comunità greche dell’impero. La mummia di Alessandro viene collocata nel monumento di Alessandria – il Soma, collocato al centro della città, come suo cuore simbolico – e Alessandro viene considerato dapprima un eroe, poi assimilato ad alcune divinità (Dioniso, Eracle), quindi divinizzato egli stesso. È un precedente importante.

Ma ciò che conquista il biografo – e il lettore con lui – è l’uso che Alessandro fa del suo tempo. In poco più di dieci anni, tirandosi dietro un esercito all’inizio scarso di mezzi ma via via sempre più imponente, Alessandro percorre il mondo e lo conquista. Ma nonostante questo il re ha tempo per tutto e per tutti: impegnato soltanto nella costruzione del suo mito e nella conquista di una gloria duratura, Alessandro è signore del tempo.

Gli amici, i fidi macedoni, sono i più irriconoscenti verso quel re che hanno conosciuto bambino e che li ha resi protagonisti di un’avventura epica.

Efestione, Clito, Perdicca, il fedele medico Filippo, falsamente accusato, il cavallo Bucefalo; e Rossane – un incontro, uno sguardo, la grazia danzante di una fanciulla sogdiana -, il cui nome rimarrà legato nei secoli a quello di Alessandro: la sua ricchezza sta in questi legami profondissimi e primari, nei dolori e negli amori che rendono così vera la sua storia sovrumana.

Così, nei secoli e nei millenni, l’Alessandro del mito arriva fino a noi. Le sue vesti sono, di volta in volta, quelle dell’eroe greco, del re barbaro o del paladino medievale. E ora, come nei versi di Giorgio Colli, un Alessandro discepolo di Aristotele e seguace di Dioniso parla ai nostri contemporanei del pathos della sovranità, della solitudine del re e della dismisura dell’eroe. Ma la sua voce è quella dell’ansia, della fame e della sete tutta filosofica, della cerca infinita. E il valore più alto cui tendeva il suo desiderio e per conquistare il quale si impadronì del mondo – la gloria del suo nome nei secoli – è, come lui voleva, davvero immortale.

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