Aforismi, Altre Arti

Aforismi: Quinto Curzio Rufo – Storie di Alessandro Magno

Le Storie offrono la più capillare documentazione su non pochi episodi cruciali, indispensabili per ricostruire, interpretare, ripercorrere la mirabolante avventura del Macedone.

Giovanni Porta, Introduzione

Ma è sicuramente meglio morire di delitto altrui che per una mia personale paura.

III, 6, 6

A tal segno la paura fa temere anche ciò che serve d’aiuto.

III, 11, 12

Io so tanto vincere che provvedere ai vinti.

IV, 1, 14

Queste mani hanno saputo far fronte alle mie necessità: a chi non ha nulla, nulla è mai mancato.

IV, 1, 25

Quando la sorte ha frustrato le antiche speranze, il futuro pare preferibile al presente.

IV, 1, 29

D’altronde il bisogno impellente, che sprona all’efficienza più d’ogni arte, non fece approntare solamente gli usuali dispositivi di difesa, ma ne suggerì pure di nuovi.

IV, 3, 24

Le condizioni sono i vincitori a dettarle, ai vinti tocca di sottomettervisi.

IV, 5, 7

Ovunque Dario avesse potuto fuggire, Alessandro sarebbe stato in grado di inseguirlo: la smettesse di spaventare con dei fiumi chi sapeva aver oltrepassato dei mari.

IV, 5, 8

Quelli che ha indotto a far affidamento in lei sola, la fortuna li rende nella maggioranza avidi di gloria piuttosto che in grado di controllarla.

IV, 7, 29

Non v’è cosa che tenga a freno la massa meglio della superstizione: per sua natura eccessiva, brutale, volubile, quando la pervade un’ingannevole superstizione presta più ascolto agli indovini che ai propri capi.

IV, 10, 7

Quando non è dato verificare la realtà, il timore porta a ingigantire il falso.

Ubi explorari vera non possunt, falsa per metum augentur.

IV, 10, 10

Parmenione glielo sconsigliò, sostenendo che le orecchie dei soldati non dovevano venir riempite con tali seduzioni: un re si trova esposto all’attentato anche individuale, e per l’avidità umana non c’è nulla d’illecito.

IV, 10, 17

Sono preparato a soffrire, e conoscere il proprio destino spesso aiuta a consolarci d’una disgrazia.

IV, 10, 26

Patrii dèi, concedete innanzitutto solidità al mio regno; poi, se il mio destino è ormai segnato, vi scongiuro che nessuno diventi signore dell’Asia tranne questo nemico così leale, questo vincitore tanto misericordioso.

IV, 10, 34

Un dominio troppo gravoso presenta alti rischi: è infatti difficile conservare ciò che non si può controllare.

IV, 11, 8

Io pure, se fossi Parmenione, preferirei il denaro alla gloria: ora, poiché solo Alessandro, della povertà non mi preoccupo e voglio ricordarmi di essere non un mercante, bensì un re. Io non ho proprio nulla da vendere, però non metto certo in vendita il mio destino. Se decidiamo di restituire i prigionieri, sarà più onorevole farne dono che non rilasciarli dietro riscatto.

IV, 11, 14-15

Non sono uso portare guerra ai prigionieri o alle donne: ci vuole gente armata per scatenare la mia collera.

IV, 11, 17

I soldati si lasciano turbare più da suggestioni vane e inconsistenti che da fattori razionali di paura.

IV, 13, 5

Un’astuzia, codesta che mi state suggerendo, da brigantucoli e ladri, il cui scopo precipuo è appunto quello di ingannare. Ma io non permetterò che alla mia gloria faccia velo, ogni volta, o l’assenza di Dario o l’angustia dei luoghi o un agguato notturno. Sono determinato ad attaccare in pieno giorno: preferisco dovermi rammaricare della mia fortuna, piuttosto che vergognarmi di una vittoria.

IV, 13, 8-9

Alla fine, un sonno di piombo ebbe ragione del suo fisico fiaccato dal tormento interiore. E ormai, spuntato il sole, i generali convenuti per ricevere gli ordini restavano sorpresi della strana calma che regnava attorno al pretorio: le altre volte, infatti, Alessandro era solito farli convocare e talora rimproverare i ritardatari; in quell’occasione, si meravigliavano che non si fosse neppure svegliato nell’imminenza di un momento cruciale, e lo credevano non tranquillamente addormentato, bensì sfatto dall’angoscia. Tuttavia, nessuna fra le sue guardie del corpo osava entrare nel padiglione. E di già il tempo incalzava, ma i soldati non potevano, senza l’ordine del loro capo, né impugnare le armi né disporsi nei ranghi.

IV, 13, 17-19

Ma nulla può essere duraturo se non poggia sulla ragione. Per quanto la buona sorte sembri spirare favorevolmente, tuttavia non può assecondare all’infinito la temerarietà. Effimere e mutevoli sono poi le vicende umane, e la fortuna non è mai benigna a senso unico.

IV, 14, 19

Elude la morte chi la disprezza: tutti i più vili ne sono preda.

IV, 14, 25

Una volta che è entrato addosso il panico, si teme unicamente la causa prima che ha scatenato la paura.

IV, 16, 17

Del resto, questa vittoria il re la dovette in maggior parte al proprio valore piuttosto che alla sua fortuna: vinse per il coraggio dimostrato, non, come in precedenza, grazie alle caratteristiche del luogo.

IV, 16. 27

E allora, se vogliamo obiettivamente giudicare i Macedoni di quel tempo, dovremo riconoscere che il re fu ben degno di tali coadiutori, ed essi lo furono sicuramente di un così grande sovrano.

IV, 16, 33

La fortuna trasferisce al vincitore i beni del vinto.

V, 2, 10

Non scambiare, ti scongiuro, la mia ignoranza per una mancanza di rispetto.

V, 2, 21

Finalmente la sospirata luce venne a ridimensionare tutto ciò che le tenebre avevano reso più terrificante.

V, 4, 26

A mio parere, in stato di necessità persino i vili prendono coraggio, e spesso dalla disperazione s’origina la speranza.

V, 4, 31

E tuttavia riescono a sopportare alla meno peggio le loro disgrazie quelli che le tengono nascoste, e nessuna patria è tanto familiare agli infelici quanto la solitudine e l’oblio della propria antica condizione. Coloro infatti che molto s’attendono dalla compassione dei loro compatrioti ignorano come facciano presto le lacrime a inaridirsi. Nessuno prova amore sincero per chi gli fa ribrezzo: in effetti la sventura è lagnosa, sdegnosa la buona sorte. Così, quando uno prende una decisione riguardo alla condizione altrui, è alla propria personale che pensa.

V, 5, 11-12

È prerogativa dei forti sprezzare la morte più che detestare la vita.

V, 9, 6

Quelli che ci temono mentre siamo sul posto, in nostra assenza diverranno nemici.

VI, 3, 8

Come nei corpi malati, o soldati, i medici non lasciano nulla che induca effetti nocivi, così noi dobbiamo toglier di mezzo qualunque cosa si opponga al nostro dominio. Spesso, una piccola scintilla trascurata ha innescato un grande incendio. Si rischia grosso a sottovalutare il nemico: se lo disprezzi, negandogli importanza ne potresti aumentare la pericolosità.

VI, 3, 11

Nella comune sventura, ciascuno ha il proprio personale destino.

VI, 4, 12

Patria è ovunque un uomo valoroso abbia scelto di stabilirsi.

VI, 4, 13

Agli uomini liberi riesce intollerabile il prezzo della schiavitù.

VI, 4, 11

Il re tornò a chiedergli se si era recato da Filota, se aveva insistito presso di lui perché l’informazione giungesse al sovrano; e poiché Cebalino perseverava nelle sue precedenti dichiarazioni, Alessandro, tendendo le mani al cielo mentre gli sgorgavano le lacrime, andava rammaricandosi che una tal ricompensa gli fosse stata riservata da chi era stato un tempo il più caro fra i suoi amici.

VI, 7, 28

Ne restano abbastanza di nemici che dobbiamo andare a snidare: proteggiti il fianco da quelli interni. Se te li togli di mezzo, non temo nulla da quelli esterni.

VI, 6, 8

Nell’eventualità di pericolo personale, si può dar prova di grande coraggio; quando si teme per la vita del re, bisogna essere pronti a credere, e dare ascolto pure a chi racconta cose inconsistenti.

VI, 8, 14

Siete soliti chiedermi con insistenza, o soldati, di badare alla mia incolumità. Voi stessi potete aiutarmi a fare ciò che mi raccomandate. Nelle vostre mani, nelle vostre armi cerco rifugio: se voi non lo volete, io non desidero rimaner vivo; se lo volete, non posso esserlo se non vengo protetto.

VI, 9, 24

È facile per un innocente trovare le parole, difficile per uno in disgrazia tenere la giusta misura su quanto dice.

VI, 10, 1

Gli scellerati, tormentati dal rimorso, non riescono a dormire; li perseguitano le Furie, non solo se hanno compiuto il tradimento, ma pure se l’hanno solamente concepito.

VI, 10, 14

Se, quando parliamo, ci rendiamo odiosi e, quando taciamo, diveniamo sospetti, che cosa dobbiamo fare?

VI, 10, 35

Come possiamo noi riconoscere per sovrano costui che disdegna di avere per padre Filippo? Per noi è finita, se sopportiamo simili cose. Non disprezza solamente gli uomini, ma anche gli dèi chi pretende di essere creduto un dio.

VI, 11, 23-24

L’attività scaccia i danni dell’ozio.

VII, 1, 4

Un purosangue lo si governa al solo adombrar di scudiscio, un ronzino non lo si può lanciare al galoppo neppure spronandolo.

VII, 4, 18

Tolto poi il campo, Alessandro veniva trasportato su una lettiga militare, che cavalieri e fanti si contendevano il privilegio di sorreggere. I cavalieri, tra i quali il re soleva entrare in battaglia, lo ritenevano compito loro; i fanti per contro, abituati com’erano a curare da sé il trasporto dei commilitoni feriti, lamentavano di venir defraudati di tale loro specifico ruolo proprio quando si doveva trasportare il re. Convinto che in una gara tanto nobile fra le due parti una scelta sarebbe stata difficile per lui e dolorosa per gli esclusi, il sovrano dispose che lo portassero a turno.

VII, 6, 8-9

Colui che dopo la sconfitta di Dario aveva smesso di consultare maghi e indovini, nuovamente irretito nella superstizione, oppio della mente umana.

VII, 7, 8

Sbaglia chi misura i confini della nostra gloria con lo spazio che ci accingiamo ad attraversare.

VII, 7, 12

La fortuna insegna pure ai vinti l’arte della guerra.

VII, 7, 16

Tanto era grande in loro la venerazione per il sovrano, che la sua presenza dissipò facilmente l’inquietudine del pericolo che li atterriva.

VII, 8, 4

Se gli dèi avessero voluto che la tua complessione fisica fosse pari all’avidità del tuo animo, il mondo intero non ti potrebbe contenere: con una mano toccheresti l’Oriente, con l’altra l’Occidente e, ottenuto questo, vorresti sapere dove vada a nascondersi il fulgore di tanto possente divinità. Pure così, tu desideri ciò che non puoi abbracciare. Dall’Europa ti volgi all’Asia, dall’Asia passi in Europa; poi, se avrai sconfitto l’intero genere umano, porterai guerra alle foreste, alle nevi, ai fiumi e alle bestie feroci. E che diamine? ignori forse che i grandi alberi impiegano molto tempo a crescere, ma vengono sradicati nel breve volger d’un’ora? È stolto chi ne considera i frutti, ma non valuta la loro altezza. Bada, mentre t’affanni per raggiungere la cima, di non cadere proprio assieme ai rami cui ti sarai appigliato. Persino il leone ha fatto talora da pasto a uccelli piccolissimi, e la ruggine mangia il ferro. Niente è così forte che non possa correre pericolo anche dal debole.

VII, 8, 12-15

Che bisogno hai tu di ricchezze, se ti obbligano a un inesausto appetito? Primo fra tutti ti sei fatto venir fame dalla sazietà, di modo che, quanto più possiedi, tanto più ardentemente desideri ciò che non hai.

VII, 8, 20

Bada dunque di tenere la tua fortuna ben stretta fra le mani: essa sguscia via e non la si può trattenere contro sua voglia. Il futuro rivela meglio del presente se un consiglio è utile: pone un limite alla tua buona sorte, riuscirai a governarla più agevolmente. Presso di noi sul dirsi che la Fortuna è senza piedi, possiede soltanto mani e ali: quando ti porge le mani, afferrale anche le ali.

VII, 8, 24-25

Coloro cui non avrai portato guerra, te li potrai fare amici sinceri. L’amicizia più salda è infatti quella fra eguali, ed eguali sembrano quelli che non hanno messo a confronto le proprie forze. Quanto ai vinti, guardati da considerarli tuoi amici: tra padrone e schiavo non esiste amicizia alcuna; anche in pace vengono osservate le leggi della guerra.

VII, 8, 27-28

Nulla la natura ha creato così inaccessibile, dove il valore non possa arrivare.

VII, 11, 10

Si sapeva che una zona boscosa era rimasta intatta per quattro generazioni consecutive. Alessandro, penetratovi con tutto quanto l’esercito, ordinò che si procedesse dappertutto alla caccia delle bestie feroci. Allorché una di queste, un leone di rara grandezza, si slanciò proprio contro il sovrano per assalirlo, Lisimaco, che in seguito divenne re, per caso vicinissimo ad Alessandro, aveva cominciato a opporre alla fiera uno schidione. Ma il re, scostatolo e fattolo allontanare, aggiunse che il leone poteva essere ucciso da lui solo altrettanto che da Lisimaco. Una volta infatti, nel corso d’una caccia in Siria, Lisimaco aveva abbattuto da solo una belva di mole veramente straordinaria ma, riportandone la spalla sinistra squarciata fino all’osso, aveva rischiato la vita. Intendendo rinfacciargli proprio questo, il sovrano agì più coraggiosamente di quanto non avesse parlato: poiché non si limitò a opporsi alla belva, ma addirittura l’ammazzò con un unico colpo.

VIII, 1, 13-16

Mal provvide la natura all’indole umana, ché il più delle volte non ponderiamo bene le cose prima che accadano, ma quando sono già avvenute.

VIII, 2, 1

Ma il bisogno impellente, che nelle avversità opera più efficacemente della ragione. trovò un rimedio contro il freddo.

VIII, 4, 11

Era capitato che un soldato semplice macedone, sorreggendo <a fatica> se stesso e le proprie armi, aveva in qualche modo raggiunto l’accampamento; il re, appena notatolo, benché in quel preciso momento si riscaldasse lui le membra al fuoco che s’era fatto portare, si levò prontamente dal suo scanno e, spogliato delle armi il soldato intirizzito e pressoché svenuto, lo mise a sedere al suo posto. Quello per un bel po’ non ebbe coscienza né di dove stesse riposando né da chi fosse stato accolto. Riacquistato alla fine il calore vitale, come vide il seggio regale e il sovrano, balzò in piedi sgomento. Fissandolo in volto, Alessandro disse: «Ti rendi conto, soldato, quanto miglior sorte sia toccata a voi di vivere sotto un re rispetto ai Persiani? Per loro, infatti, l’essersi seduti sul trono del sovrano avrebbe rappresentato un crimine punito con la morte, per te ha significato la salvezza».

VIII, 4, 15-17

Non era estranea a tale suo capriccio la funesta adorazione che, eterna rovina dei re, ne abbatte la potenza più di frequente che non i nemici.

VIII, 5, 6

Ci vuole infatti del tempo perché uno possa venir considerato dio, e sono sempre i posteri ad attribuire un tal riconoscimento ai grandi uomini. Io, invece, auguro al re che gli giunga tardi l’immortalità, e gli tocchi lunga vita, ed eterna sia la sua maestà. Può capitare che la natura divina segua un uomo, mai che l’accompagni.

VIII, 5, 15-16

Così tenace è la speranza, quando le menti umane l’hanno avidamente agognata.

VIII, 6, 18

La clemenza dei re e dei capi non è connessa solo alla loro indole, ma anche a quella dei subordinati.

VIII, 8, 8

Non è un possesso destinato a durare quello a cui si perviene per forza di spada; eterna si conserva la gratitudine per i benefici.

VIII, 8, 11

Non v’è dubbio che possediamo più di quanto siamo in grado di dominare. Ma è sintomo d’insaziabile avidità voler riempire ancora di più ciò che ormai trabocca.

VIII, 8, 12

Giacché la fama è determinante nelle guerre, e spesso pure ciò cui s’è creduto per sbaglio, tien luogo di verità.

VIII, 8, 15

La fama non s’accompagna mai alla pura verità: tutto quanto essa diffonde risulta amplificato rispetto alla realtà. Perfino la nostra gloria, benché abbia una sua fondatezza, ciò nonostante è più grande di nome che di fatto.

IX, 2, 14

Meglio morire che essere un comandante dall’autorità incerta.

IX, 2, 34

Ma chi fra gli dèi può garantire che questa colonna, questo astro della Macedonia vivrà a lungo, quando tu esponi così impulsivamente la tua persona a indubbi pericoli, senza pensare che nella tua caduta trascini la vita di tanti concittadini? Chi infatti desidera, o può, sopravviverti? Seguendo il tuo auspicio e il tuo comando siamo giunti a un punto dal quale, se non sei tu a riportarci indietro, nessuno è in grado di compiere il cammino fino alla propria casa.

IX, 6, 8-9

Voi potete anche desiderare di ricevere da me un frutto durevole, probabilmente persino eterno: io mi commisuro non al tempo della vita, bensì a quello della gloria.

IX, 6, 18

Ma io, che non dei miei anni tengo il conto, bensì delle mie vittorie, se valuto bene i doni della fortuna, sono vissuto a lungo. Partito dalla Macedonia, ho l’egemonia della Grecia, ho sottomesso la Tracia e gli Illiri, comando su Triballi e Maedi, detengo il possesso dell’Asia dai lidi che l’Ellesponto lambisce a quelli bagnati dal Mar Rosso. E ormai non sono lontano dal limite del globo terrestre, oltrepassato il quale ho stabilito di scoprire un’altra natura, un altro mondo. Nel breve spazio d’un’ora sono passato dall’Asia nei confini dell’Europa. Vi pare che, una volta conquistata l’una e l’altra in nove anni di regno e in ventotto <di vita>, io possa rinunciare al compimento di quella gloria cui solamente mi sono votato? Ma io non desisterò e, dovunque combatterò, immaginerò di trovarmi nel teatro del mondo. Darò notorietà a luoghi sconosciuti, renderò accessibili a tutti quanti i popoli terre che la natura aveva per lungo tempo precluso. Scomparire nel bel mezzo di simili imprese, se così vorrà la sorte, sarà per me un onore: appartengo a una stirpe tale che debbo augurarmi un’esistenza piena piuttosto che lunga.

IX, 6, 19-22

Spesso, si mostra minor padronanza di sé nell’arrossire di vergogna, che nell’essere veramente colpevoli.

IX, 7, 25

Tolemeo in particolare, ferito per la verità superficialmente alla spalla sinistra, ma che correva maggior pericolo di quanto non comportasse la lesione, aveva concentrato su di sé la preoccupazione di Alessandro. Lo legava a lui un vincolo di sangue, e alcuni credevano che suo padre fosse Filippo: con certezza si sapeva che era nato da una sua concubina. Guardia del corpo del sovrano, era combattente audacissimo e ancor più grande e illustre nelle arti della pace che in quelle della guerra, modesto e affabile nel comportamento, generoso come nessun altro e facilmente avvicinabile, non aveva assunto nessun atteggiamento dello sprezzante orgoglio di corte. Per tali sue qualità, si poteva avere il dubbio se fosse più caro al re o alla gente comune.

IX, 8, 22-24

Ma nella confusione anche la fretta provoca lentezza.

IX, 9, 12

È risaputo che la prosperità riesce a mutare il carattere, e raramente ci si cautela abbastanza nei confronti dei propri successi.

X, 1, 40

Debbono avere la stessa legge coloro che sono destinati a vivere sotto lo stesso re.

X, 3, 14

Saprete trovare, quando me ne sarò andato, un re degno di tali uomini?

X. 5, 2

E appena congedata la folla, come liberatosi da ogni debito con la vita, lasciò ricadere le membra spossate e, fatti avvicinare gli amici — in quanto anche la voce aveva cominciato ad affievolirsi —, si sfilò l’anello dal dito e lo consegnò a Perdicca, dando inoltre disposizione perché il suo corpo venisse traslato presso Ammone. E quando essi gli domandarono a chi lasciasse il regno, rispose che lo affidava al migliore; del resto già prevedeva che, in vista di tale competizione, si sarebbero allestiti per lui grandiosi giochi funebri. A Perdicca che ancora gli chiedeva quando desiderava gli si tributassero onori divini, rispose di volerli nel momento in cui essi stessi fossero stati felici. Queste le ultime parole del sovrano, e poco dopo spirò.

X, 5, 3-6

Fu davvero una gran testimonianza della benevolenza di Alessandro nei confronti di lei, e del suo senso di giustizia verso tutti i prigionieri, la morte della donna che, avendo sopportato di restar viva dopo la scomparsa di Dario, non ce la fece a sopravvivere ad Alessandro. E, per Ercole, a chi giudica il sovrano con equità, appare chiaro che le virtù furono peculiarità della sua natura, i difetti imputabili o alla sorte o all’età.

X, 5, 25-26

Se cercate qualcuno che assomigli ad Alessandro, non lo troverete mai.

X, 7, 2

Nessun mare profondo, nessuna immensa e tempestosa distesa d’acque solleva flutti così impetuosi quanto lo sono i moti della folla, specialmente se eccede i limiti d’una libertà cui non è avvezza e che si profila di effimera durata.

X, 7, 11

Ma i fati appressavano ormai al popolo dei Macedoni le guerre civili: perché un regno non lo si può condividere, mentre ad aspirarvi erano più persone. Dapprima fecero dunque scontrare le loro forze, quindi le disgregarono; e poiché avevano gravato il corpo di più <teste> rispetto a quante potesse sostenerne, le altre sue membra cominciarono a vacillare, e quell’impero che sotto uno solo avrebbe potuto restar saldo, quando furono in molti a volerselo accollare, rovinò.

X, 9, 1-2

Ma era difficile accontentarsi di ciò che l’occasione aveva offerto: poiché si disprezzano le prime cose che ci toccano, quando se ne sperano di maggiori.

X, 10, 8

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