Aforismi, Altre Arti

Aforismi: Marco Giuniano Giustino – Storie Filippiche. Florilegio da Pompeo Trogo (curatrice e traduttrice Alice Borgna)

Uccisa infine Pentesilea e annientato il suo esercito, le poche che erano rimaste nel regno, difendendosi con gran fatica dalle popolazioni confinanti, resistettero fino ai tempi di Alessandro Magno. La loro regina Minizia (o Talestri), avendo ottenuto di giacersi con Alessandro per tredici giorni in modo da generare prole da lui, ritornata nel regno morì poco dopo e con lei scomparve il nome delle Amazzoni.

II, 2, 32-33

Chi ha paura non conosce mai riposo.

II, 13, 11

Dopo costui [Carano] regnò Perdicca, di cui furono degni di memoria sia la vita illustre sia gli ultimi ordini dati in punto di morte, come se provenissero da un oracolo. Infatti, ormai vecchio, morente palesò al figlio Argeo il luogo in cui voleva essere sepolto e ordinò che lì venissero deposte non solo le sue ossa, ma anche quelle dei successori nel regno, predicendo che fino a quando i resti dei discendenti sarebbero stati lì tumulati, il regno sarebbe rimasto in famiglia. Sulla base di questa credenza ritengono che la stirpe sia stata estinta da Alessandro, in quanto egli cambiò il luogo della sepoltura.

VII, 2, 1-4

Mentre assediava la città di Motone, una freccia scoccata dalle mura mentre il re passava gli cavò l’occhio destro.

VII, 6, 14

Ma neppure dai parenti trattenne la mano, visto che decise di scacciare dal regno Arriba, re dell’Epiro, parente strettissimo di sua moglie Olimpiade. A nome della sorella convocò in Macedonia Alessandro, fanciullo di leggiadra bellezza, figliastro di Arriba e fratello della moglie Olimpiade e dopo averlo adescato con ogni sforzo, prospettandogli la speranza del regno, fingendo di essersene innamorato ne fece il suo regolare amante, affinché il ragazzo avesse per lui maggiore ubbidienza sia per la consapevolezza della sua vergogna, sia per la concessione del regno. Quando poi Alessandro ebbe vent’anni, Filippo, tolto il regno ad Arriba lo affidò a lui, che era ancora un ragazzo, comportandosi in modo disonesto nei confronti di entrambi. Infatti non rispettò il diritto di parentela nei confronti di quello a cui tolse il regno e rese quello a cui lo diede prima svergognato che re.

VIII, 6, 4-8

Filippo morì a quarantasette anni, dopo aver regnato per venticinque. Da una danzatrice, Larissa, ebbe un figlio, Arrideo, che regnò dopo Alessandro. Da vari matrimoni, come è uso dei re, ebbe anche molti altri figli, che morirono in parte per cause naturali, in parte assassinati. Fu un sovrano più propenso ad allestire eserciti che banchetti: l’armamentario bellico era per lui la massima risorsa. Quanto alle ricchezze, era più abile nel procacciarsele che non nel conservarle. E così, pur tra i bottini quotidiani, era sempre a corto di mezzi. Praticava in egual misura misericordia e perfidia. Nessun modo di ottenere la vittoria era per lui disonorevole. Parimenti cortese e insidioso, a parole prometteva più di quanto manteneva; era un maestro nello scherzare così come nel parlare sul serio. Coltivava le amicizie non per lealtà, ma secondo utilità. Era solito fingere benevolenza verso chi aveva in odio, seminare zizzania tra quanti andavano d’accordo e cercare poi di accattivarsi il favore di entrambi. Tra ciò possedeva capacità oratoria e un eloquio notevole e ricco di acume e ingegnosità, così che né all’ornato mancava la facilità né alla facilità d’invenzione mancava l’ornato. A lui succedette il figlio Alessandro, superiore al padre sia nella virtù, sia nei vizi. E così la condotta nella vittoria fu diversa dall’uno all’altro. Questo ricorreva alle guerre apertamente, quello con sotterfugi. Quello godeva nell’ingannare i nemici, questo nello sbaragliarli apertamente. Quello fu più saggio nelle decisioni, questo di animo più nobile. Il padre sapeva dissimulare l’ira, e nella maggior parte dei casi anche vincerla; al contrario il figlio, una volta montato in collera, non era in grado né di rimandare né di moderare la vendetta. Furono entrambi eccessivamente dediti al vino, ma diversi erano gli effetti negativi dell’ubriachezza. Per il padre era abitudine anche dal banchetto correre contro il nemico, venire alle mani, esporsi ai pericoli in modo temerario; Alessandro diveniva crudele non contro il nemico, ma contro i suoi. Per questo motivo spesso i combattimenti restituirono un Filippo ferito, mentre non di rado Alessandro si alzò dal banchetto assassino degli amici. Il primo non voleva regnare insieme con gli amici, il secondo esercitava su di loro potere assoluto. Il padre preferì essere amato, il figlio temuto. Ebbero simile interesse per la letteratura. Il padre fu superiore in astuzia, il figlio in lealtà. Filippo fu più moderato nelle parole e nell’eloquio, il figlio nelle azioni. Nel risparmiare i vinti il figlio ebbe animo maggiormente pronto e onesto. Il padre era più dedito alla frugalità, il figlio al lusso. Con tali doti il padre gettò le fondamenta dell’impero universale, mentre il figlio diede compimento alla gloria dell’impresa tutta.

IX, 8, 1-21

Spartì tra gli amici tutto il patrimonio che aveva in Macedonia e in Europa, preannunciando che a lui sarebbe bastata l’Asia.

XI, 5, 5

Impossibile stabilire se susciti più meraviglia il fatto che con un esercito tanto piccolo abbia sconfitto il mondo intero, oppure che abbia avuto il coraggio di assaltarlo.

XI, 6, 3

A ciò Alessandro rispose che un ringraziamento da parte del nemico era inutile: egli non aveva fatto nulla per compiacere i nemici, né cercando di ingraziarseli prevedendo un esito incerto della guerra o trattative di pace, ma per grandezza d’animo, con la quale aveva imparato a combattere contro le forze dei nemici, non contro le loro sventure.

XI, 12, 11-13

La vittoria non si guadagna con l’eleganza degli ornamenti, ma con il valore del ferro.

XI, 13, 11

Pensava tra sé e sé a quante dicerie e quanta malevolenza avesse suscitato nel suo esercito e presso le popolazioni vinte, a quanta paura e odio nei suoi confronti presso gli altri amici, quanto amaro e triste avesse reso il suo convito, lui che si era dimostrato più temibile non da armato sul campo di battaglia, ma in un banchetto! Allora gli tornarono alla mente Parmenione e Filota, suo cugino Aminta, la matrigna e fratelli uccisi e ancora Attalo, Euriloco, Pausania e tutti gli altri nobili di Macedonia che aveva fatto assassinare. Per questi motivi per quattro giorni seguitò a digiunare, fino a quando fu commosso dalle preghiere di tutto l’esercito, che lo implorava di non affliggersi per la morte di uno solo, al punto da mandarli tutti in rovina abbandonandoli, dopo averli condotti nella più lontana terra di barbari, tra popoli ostili ed incattiviti dalla guerra.

XII, 6, 12-16

Per prevenire dunque il re, istigò il figlio Cassandro (a cui aveva fornito il veleno), che insieme con i fratelli Filippo e lolla era solito fare da coppiere al sovrano. Si trattava di un veleno tanto potente da non poter essere contenuto né nel bronzo, né nel ferro, né nella terracotta; lo si poteva trasportare solo dentro a uno zoccolo di cavallo.

XII, 14, 6-7

Congedati i soldati, chiese agli amici, che gli stavano intorno, se a loro sembrava possibile che in futuro si trovasse un re simile a lui. Dato che tutti tacevano, aggiunse che come lui non sapeva rispondere, allo stesso modo sapeva e pronosticava – e quasi vedeva con i propri occhi! – quanto sangue la Macedonia era destinata a spargere in questa contesa, con quante stragi e con quanto versamento di sangue avrebbe reso gli onori funebri al suo cadavere. Alla fine ordinò che il suo corpo fosse sepolto nel tempio di Ammone. Quando gli amici lo videro venir meno chiesero chi nominasse erede dell’impero. “Il più degno”, rispose. Ebbe una tale grandezza d’animo che pur lasciando un figlio, Ercole, pur lasciando un fratello, Arrideo, pur lasciando la moglie Rossane incinta, dimentico delle parentele, nominò erede il più degno: come se davvero non fosse lecito che ad un uomo forte succedesse altri che un uomo forte, o che le ricchezze o un così grande regno fossero lasciate ad altri che non fossero di provata virtù.

XII, 15, 5-10

Salito al trono volle essere chiamato re di tutte le terre e del mondo. E suscitò tanta fiducia nei suoi soldati, che quando lui era con loro neppure disarmati ebbero paura delle armi di un nemico. E così non combatté mai contro un nemico senza finire per vincerlo, non assediò mai alcuna città che non riuscì ad espugnare, non mosse mai contro un popolo senza infine sottometterlo. Alla fine fu vinto non dal valore nemico, ma dal tradimento dei suoi e dall’inganno dei concittadini.

XII, 16, 9-12

Morto Alessandro proprio nel fiore dell’età e al culmine delle sue vittorie, l’intera Babilonia piombo in un triste silenzio. I popoli sconfitti non credettero alla notizia: si erano convinti che il re fosse immortale così come era invincibile; ricordavano quante volte fosse scampato a morte certa, quanto spesso, quando era già dato per spacciato, all’improvviso si fosse presentato ai suoi non solo incolume, ma anche vincitore. Quando poi vi fu la certezza della sua morte, tutte le genti barbare che lui aveva sconfitto poco tempo prima lo piansero non come un nemico, ma come un padre. Anche la madre del re Dario, che, dopo aver perduto il figlio, dall’altezza di una maestà così grande era stata ridotta a prigioniera, ma che, grazie all’indulgenza del vincitore, non aveva avuto di che pentirsi di essere sopravvissuta fino a quel giorno, quando seppe della morte di Alessandro si suicidò, non perché preferisse un nemico al figlio, ma perché aveva sperimentato affetto filiale in chi aveva temuto come nemico. Al contrario i Macedoni si rallegravano come avessero perduto non un concittadino e un re di tanta maestà, ma un nemico e gli rinfacciavano l’eccessiva crudeltà e il continuo esporli ai pericoli della guerra. Si aggiungeva a ciò il fatto che i principi ambissero al regno e al sommo potere, la folla dei soldati ai tesori e alla grande quantità di oro come ad un inatteso bottino: i primi miravano alla successione nel regno, i secondi all’eredità in termini di beni materiali e ricchezze.

XIII, 1, 1-8

Chi dunque potrebbe meravigliarsi che grazie a tali aiutanti l’intero mondo fu sottomesso, dal momento che l’esercito dei Macedoni non era guidato da generali, ma da tanti re? E questi non avrebbero mai trovato loro pari se non fossero venuti a contrasto tra loro e la Macedonia, una provincia, avrebbe avuto più di un Alessandro, se la sorte non li avesse armati a rovina reciproca per la competizione che nasceva dal loro valore.

XIII, 1, 14-15

Ancora una volta, seppur sorta da nobili motivi, è la discordia a giocare il ruolo fondamentale nel processo di decadenza di un impero.

Nota libro XIII, 1, 15

Tanta era la venerazione per la grandezza di Alessandro che si ricercava il favore del suo sacro nome anche nelle tracce presenti nelle donne.

XIV, 1, 8

Non vi è alcuna fonte, infatti, a testimoniare che, già in vita oppure nell’epoca dei suoi immediati successori Alessandro fosse già chiamato “il grande”.

Nota libro XIV, 2, 10

Terminata la guerra, Tolemeo morì carico di gloria per le imprese compiute. Questi, prima di ammalarsi, contrariamente al diritto delle genti aveva affidato il regno al più giovane dei suoi figli, una scelta di cui però aveva dato conto alla popolazione, [8] e questa nell’accettare il nuovo re aveva mostrato non meno favore di quello con cui il padre gli aveva consegnato il regno. Tra gli altri esempi di reciproco affetto tra padre e figlio anche questa azione aveva conciliato il favore del popolo: dopo aver pubblicamente passato il potere, il padre aveva prestato servizio come privato cittadino tra la guardia del corpo del re, ritenendo che l’essere il padre del re fosse cosa più bella di qualsiasi regno.

XVI, 2, 7-9

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