Aforismi, Altre Arti

Aforismi: Franca Landucci – “Alessandro Magno”

Non lo sappiamo con certezza, ma possiamo immaginare che, mentre giaceva a letto febbricitante, nella sua mente scorressero le immagini del suo piú lontano passato: l’infanzia e la giovinezza nel palazzo di Pella, i soggiorni nel palazzo di Ege dove arrivava, portato dal vento, il profumo del mare, le lunghe cavalcate con i compagni nel cuore della grande pianura macedone, l’ammirazione per il padre Filippo, tanto coraggioso quanto astuto, l’amore infinito (e ricambiato) per la madre Olimpiade… E soprattutto, in Alessandro di minuto in minuto piú pressante si faceva la consapevolezza che non avrebbe mai piú rivisto la sua terra… che la Macedonia era perduta per sempre, cosí come ormai perduta era la sua vita.

La morte repentina del giovane sovrano, però, consegnò alla leggenda il suo nome e le sue imprese e da allora egli è sempre rimasto nella memoria storica dell’occidente il Conquistatore per antonomasia: guerriero invincibile uscito indenne da una miriade di battaglie, comandante capace di scalare le vette piú alte dell’Hindu Kush pur di inseguire i suoi sogni di conquista, fondatore di un numero impressionante di città, instancabile tessitore di progetti sempre piú ambiziosi.

Se è indubbio che il mondo, dopo il regno di Filippo II, non fu mai piú lo stesso, è altrettanto vero che, dopo la sua morte, il figlio Alessandro si trovò all’improvviso protagonista in quel nuovo mondo di cui il padre aveva gettato le fondamenta.

Secondo Heckel, questo dimostra che fin dall’inizio della spedizione Alessandro era consapevole di aver bisogno anche di parte della classe dirigente persiana per governare i territori dell’Impero.

Anche se, come sottolinea Luisa Prandi, «le nostre informazioni sulle trattative diplomatiche intercorse tra Dario e Alessandro non sono univoche a proposito del numero dei contatti e della loro collocazione temporale e geografica», esse però «concordano sul fatto che l’iniziativa fu sempre di Dario e che fallirono per l’intransigenza di Alessandro».

Diodoro Siculo, Biblioteca storica. Libro XVII. Commento storico, Vita e Pensiero

Dal punto di vista politico, è chiaro che Dario, ormai in grave difficoltà, offriva ad Alessandro quello che quest’ultimo aveva già conquistato con le armi e proprio per questo motivo la risposta di Alessandro non poteva che essere negativa: come ogni bravo cacciatore, il Macedone non poteva non sentire l’odore del sangue della preda ferita che, sempre piú stanca, cercava rifugi ormai inesistenti. La vittoria finale era ormai a portata di mano e nulla avrebbe mai potuto impedire ad Alessandro di coglierla.

In quest’ottica, a me sembra che l’arrivo e la sosta a Babilonia segnino una svolta cruciale nell’atteggiamento di Alessandro nei confronti dei territori da lui sottomessi grazie alle vittorie militari: egli infatti si presenta ormai non piú solo come il conquistatore dell’Impero degli Achemenidi, ma anche come il nuovo sovrano di quel medesimo Impero, con pieno diritto (e interesse) di utilizzare l’establishment che fino ad allora era stato legato alla dinastia sconfitta. Questo nuovo atteggiamento mi pare del tutto consequenziale al rifiuto opposto da Alessandro, appena tornato in Fenicia dall’Egitto, alle proposte di pace di Dario, che gli aveva offerto tutti i territori ad ovest dell’Eufrate (che, di fatto, erano già in possesso del sovrano macedone): Alessandro aveva motivato il suo rifiuto con la metafora che il mondo non può reggere due soli, intendendo con ciò rivendicare per sé il diritto di essere l’unico sole splendente sull’ecumene.

Di fronte a questo orrendo spettacolo, subito sbollí l’ira di Alessandro, che cercò addirittura di suicidarsi per la disperazione; portato a braccia nelle sue stanze, passò la notte gemendo e il giorno dopo giunsero a consolarlo tre personaggi che alla corte del re rappresentavano il fior fiore della cultura greca: l’indovino Aristandro, lo storico Callistene e il filosofo Anassarco. Se i primi due imputarono l’accaduto alla volontà immutabile del destino, cercando di placare il dolore di Alessandro con tatto e mitezza, facendo appello alla ragione, Anassarco giustificò il gesto omicida del re, paragonando quest’ultimo a Zeus, le cui azioni sono sempre giuste e legittime perché egli ha al suo fianco Dike e Themis, cioè le due dee che rappresentano rispettivamente la giustizia naturale e la giustizia divina. Il confronto tra le due posizioni del tre saggi dimostra sia l’interesse di Anassarco, non solo ad assolvere il sovrano da ogni colpa, ma anche a metterlo su un piano superiore all’umano, sia la volontà di Aristandro e di Callistene di sottolineare la sottomissione di Alessandro al fato, in una visione del tutto umana della sua sorte.

“Per un uomo valoroso io credo che non ci sia altro termine alle fatiche se non le fatiche stesse che lo guidano a imprese gloriose.” […] “Resistete, Macedoni e alleati: solo chi sopporta fatiche e accetta pericoli compie imprese gloriose; ed è dolce vivere valorosamente e morire lasciando una gloria immortale.” […] “Anche noi, cosa di grande e di bello avremmo potuto compiere, se avessimo ritenuto sufficiente restare tranquilli in Macedonia a difendere la nostra terra senza fatiche, e a ricacciare soltanto i Traci confinanti, o gli Illiri e i Triballi e quanti tra i Greci non erano a noi favorevoli?” […] “Tornato anche tu in patria, se ti sembra, visita tua madre e, dopo aver sistemato gli affari dei Greci e riportato nella casa paterna cosí tante e cosí grandi vittorie, organizza di nuovo, se vuoi, un’altra spedizione proprio contro queste tribú indiane stanziate verso oriente; o se preferisci, nel Ponto Eusino, oppure contro Cartagine e le regioni della Libia al di là dei Cartaginesi. È compito tuo ormai guidare queste spedizioni. Ti seguiranno altri Macedoni e altri Greci, giovani invece di vecchi, freschi di forze invece che stanchi: a loro, per mancanza di esperienza, i pericoli della guerra sul momento non incuteranno timore, ma per la speranza del futuro ne avranno brama. Ed è verisimile che questi ti seguiranno con maggiore baldanza, vedendo che coloro che hanno già sopportato fatiche e corso pericoli sonotornati nelle loro case, ricchi invece di poveri e famosi da oscuri che erano prima. Piú di ogni altra cosa, è bella, o re, la temperanza nella buona fortuna. Per te che sei a capo di quest’esercito e lo conduci non c’è nessun timore da parte dei nemici; ma per gli uomini la volontà del dio è imprevedibile e, per questo, inevitabile».”

Arriano, Anabasi di Alessandro, V, Mondadori

Resta, in ogni caso, evidente la poligamia di Alessandro, costruita sulla scia della tradizione familiare in generale e paterna in particolare: se il matrimonio con Rossane era stato utile al sovrano nella difficile pacificazione dei territori a nord dell’Hindu Kush, le nozze con Statira e Parisatide gli permisero di legarsi con i due rami della dinastia persiana, cosí da legittimare definitivamente il suo status di erede degli Achemenidi.

“Gli amici di Alessandro non aspiravano al regno senza ragione: in effetti, erano uomini tanto valorosi e degni di tanto rispetto che ciascuno di loro avrebbe potuto essere stimato re. Tutti avevano bellezza e prestanza fisica, grandezza di forze e di animo tali che chi non li conosceva li avrebbe giudicati trascelti non da un solo popolo, ma da tutto il mondo. In realtà mai prima la Macedonia o alcun altro popolo fiorí per l’abbondanza di tanti uomini illustri, i quali prima da Filippo poi da Alessandro erano stati scelti con tanta cura da sembrare eletti non per essere compagni di guerra, ma per guerra, ma per succedere nel regno. Chi dunque potrebbe meravigliarsi che il mondo fosse stato vinto per l’opera di tali ministri, dal momento che l’esercito dei Macedoni era guidato da tanti capi che non potevano dirsi generali ma re? Né essi mai avrebbero trovato altri loro paragonabili se non si fossero messi in gara tra loro e la Macedonia, per quanto piccola regione, avrebbe avuto molti Alessandri, se la Fortuna, a causa dell’emulazione cui li spingeva il loro valore, non li avesse armati a reciproca rovina.”

Giustino, Storie Filippiche. Epitome da Pompeo Trogo, XVII, Edizioni Tored

In realtà ancora oggi il fascino emanato dalla figura di Alessandro rimane intatto e impregiudicato: non può infatti essere un caso che proprio nel 2018 sia uscito un ponderoso volume dedicato a tutti gli aspetti della “ricezione” di Alessandro nel corso dei secoli, volume nel quale il curatore, Kenneth R. Moore, alla fine dell’Introduzione, scrive che non solo ha capito che Alessandro è diventato immortale grazie alla sua costante “reinvenzione e ricezione” da parte di ogni generazione, ma anche che considera un onore eccezionale poter condividere un pizzico della superlativa eredità di Alessandro, per avere il proprio nome, anche solo flebilmente, connesso con il suo.

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