Aforismi, Altre Arti

Aforismi: Chiara Frugoni – “La fortuna di Alessandro Magno dall’antichita al Medioevo”

Vi furono anche fonti ebraiche, importanti per la concezione che il Medioevo si fece di Alessandro. Da una di queste (una versione, attorno al ‘500, è nel Talmud babilonese) deriva il diffusissimo Iter ad Paradisum (del XII secolo); è un’aggiunta alla fine della vita di Alessandro: il Macedone, dal Gange, raggiunge le porte del Paradiso, dove riceve da un vecchio una pietra che — su una bilancia — pesa più di tutto l’oro messo sull’altro piatto, ma — se ricoperta da un poco di polvere — non riesce più a controbilanciare nemmeno la piuma più leggera; un saggio spiega ad Alessandro il significato: Dio lo favorisce in tutti i suoi disegni ma desidera reprimere la cupidigia. La pietra poi in alcune versioni ha la forma di un occhio umano – è l’ambizione di Alessandro, potente ed insaziabile quando è vivo, ma privato d’ogni potere dalla polvere della morte. Alessandro accoglie il suggerimento del saggio, la lezione del memento mori e finisce i suoi giorni virtuosamente in pace.

«Quello che non mi date, non credete di potermelo togliere».

Pietro Alfonso, Disciplina clericalis, XXVIII

“Quando i retori dell’età imperiale volevano lodare un’impresa di guerra di un imperatore o del popolo di Roma nel suo insieme, era d’obbligo il paragone con Alessandro, come si vede nei redattori del panegirico di Massimiano (cap. 10) e di Costantino (cap. 5), nell’Encomio di Roma (24 ss.) di Aristide, o nei discorsi di Dione Crisostomo su Traiano, di cui il primo, secondo e quarto cominciano col nome di Alessandro.”

E. Norden, Ein Panegyricus auf Augustus in Vergils Aeneis

“Se guardiamo la dimostrazione di Tito Livio nella celebre digressione su Alessandro (9, 17 – 18) nel suo insieme – Roma, causa la sua superiorità morale, lo avrebbe schiacciato in caso di conflitto – non possiamo mettere in dubbio che la conversione del Macedone ai costumi barbari vi occupa la parte centrale: fu proprio questa conversione che avrebbe reso impossibile ai Macedoni vincere i Romani, che si sarebbero trovati davanti un re persiano, inferiore per natura, non un re ellenico.”

P. Ceausescu, La double image d’Alexandre le Grand à Rome

“Se alle qualità del principe spesso fanno eco i vizi opposti, ciò avviene perché – secondo Curzio – alla fine della sua carriera il campione dell’ellenismo si rivelò un despota. Questa evoluzione psicologica possiede una sua grandezza. Non ci sembra forse vera: dobbiamo dire allora che essa è un tradimento? No, perché Curzio ha potuto, proprio grazie a questa, dare al suo eroe un’unità ed evocare un Alessandro letterario che, anche se non da ogni punto di vista vero, è all’altezza di quello che dovette essere Alessandro nella realtà. […] Così il lettore di Quinto Curzio capisce perfettamente che nell’ora in cui a Babilonia si chiudono per sempre gli occhi del condottiero scompare una delle figure più straordinarie dell’umanità. Poco conta che Curzio non abbia insistito abbastanza sulla portata dell’opera di Alessandro: ugualmente ha inteso, e fatto intendere, il genio personale di chi, crescendo la luce dell’Ellenismo sull’oriente, ha trasformato il destino del mondo.”

H. Bardon, Quinte Curce

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