Aforismi, Altre Arti

Aforismi: Robin Lane Fox – “Alessandro Magno”

Coloro i quali provano avversione per Alessandro, sostengono di detestarlo per le vite sacrificate nel perseguire le sue ambizioni. La loro disapprovazione morale è assolutamente comprensibile, sebbene i contemporanei di Alessandro non avessero mai screditato le sue prodezze in Sogdiana o in India sulla base di questi motivi. Tuttavia, dobbiamo continuare a interrogarci sulle ragioni che indussero migliaia di uomini a onorarlo (indiani e iraniani inclusi), e che conquistarono le loro menti e i loro cuori. Questo libro affronta tale quesito, nella convinzione che i moderni nemici eruditi di Alessandro debbano respingere la sua grandezza per poter ridurre il soggetto a un tiranno paranoico, che sarebbe stato ucciso entro alcune settimane dal suo ingresso in Asia. Non era un sognatore, ma certamente gli si può attribuire una visione. Compì delle azioni orribili, ma non credo che smettesse semplicemente di pensare o pianificare quando lasciava il campo di battaglia. I suoi «ultimi piani» dovevano apparire plausibili, degni di lui. Sicuramente progettava di colonizzare il Golfo Persico, ma vi era molto di più del semplice presidiare quella ventina di città che portavano il suo nome; vi era sicuramente una politica di incorporazione degli orientali, i nemici di un tempo, che non può essere ridotta alla politica pragmatica o paranoica del «dividi e governa». Alessandro morì troppo giovane perché noi possiamo sapere con certezza quali obbiettivi si prefiggesse. Questo libro è ancora una volta il tentativo di analizzare il loro probabile impatto e la loro portata.

Se anche un solo lettore alla fine deporrà questo libro col desiderio di leggere Omero, o con un’idea di cosa possa aver significato essere al seguito di Alessandro, io non lo avrò scritto invano.

Più di venti contemporanei scrissero libri su di lui, e neanche uno ci è pervenuto. Essi sono noti soltanto attraverso le citazioni di autori più recenti, nessuno dei quali conservò il dettato originale. Questi autori più recenti a loro volta sono noti solo attraverso i manoscritti di copisti ancora più tardi; e per le quattro fonti principali i manoscritti non sono completi. La storia che contiene più dettagli risale a un solo manoscritto, il cui testo non può quindi essere verificato; un’altra, molto usata, è stata spesso copiata in maniera illeggibile. Alessandro non ha lasciato alcuna lettera personale che sia indiscutibilmente autentica e i due stralci dai documenti ufficiali che conosciamo riguardano questioni politiche. Dalla parte dei nemici, il suo nome sopravvive in un’iscrizione tombale licia, in tavolette babilonesi concernenti edilizia e astronomia, e nelle intestazioni di alcune dediche in templi egiziani. È ingenuo credere che il lontano passato possa essere ricostruito dai testi scritti, ma nel caso di Alessandro anche le testimonianze scritte sono scarse e spesso bizzarre. Ciononostante, negli ultimi centocinquant’anni sono stati scritti sull’argomento, per quanto mi risulti, 1472 libri o articoli: molti di essi adottano un tono di totale certezza, e ciò basta per scartarli. Agostino, Cicerone e forse l’imperatore Giuliano sono le sole figure dell’antichità per cui si può cercare di arrivare a una biografia: Alessandro non è tra esse. Questo libro non è una storia, ma un’indagine, e il lettore che lo interpretasse come un quadro esaustivo della vita di Alessandro partirebbe con premesse sbagliate.

Morto Filippo, «l’uomo il cui eguale non si era mai visto in Europa», non c’era ragione di supporre che il figlio ventenne riuscisse a rivendicare la propria eredità in mezzo alle faide tra fratelli o tra padre e figlio che il mutamento di sovrano aveva sempre provocato. Ma cinque anni dopo, lo stesso giovane s’era lasciato di gran lunga indietro le straordinarie imprese di suo padre, e in tutta onestà poteva guardare a Filippo come a un personaggio inferiore. Aveva distrutto un impero rimasto in piedi per duecento anni, era divenuto mille volte più ricco di chiunque altro al mondo; era pronto a una spedizione che sembrava sovrumana a chi per libera scelta lo venerava come un dio. Spesso la storia sembra lo studio di fatti che sfuggono al nostro controllo. Con Alessandro, si è trovata a dipendere dai capricci e dalle scelte di un uomo di venticinque anni, che finì col governare qualcosa come due milioni di miglia quadrate.

Teopompo, fr. 27 Jacoby

La storia di Alessandro non finisce con le sue guerre, né con i problemi della sua personalità. Se le sue scelte fossero state differenti non sarebbe mai stato preparato il terreno perché dal seme delle sue armate sorgesse in Asia un mondo interamente nuovo.

Alessandro è dunque quella rara e complessa figura che chiamiamo eroe, e già durante la sua vita desiderò essere considerato come il rivale del personaggio che era l’ideale eroico della sua società. Attraverso il continuo interesse che l’Occidente colto ha sempre rivolto al passato della Grecia classica, e attraverso la diffusione, soprattutto nelle lingue orientali, di un leggendario romanzo delle imprese di Alessandro, la sua fama si estese dall’Islanda alla Cina. La sorgente dell’immortalità, i sottomarini, la valle dei diamanti, l’invenzione di una macchina volante sono soltanto alcune delle avventure fantastiche che furono connesse al suo nome, in un processo che ogni epoca continuò secondo le proprie esigenze. Quando i tre re dell’Oriente vennero a portare i loro omaggi a Gesù, una leggenda giudaica dice che l’oro, dono di Melchiorre, proveniva in realtà dal tesoro di Alessandro.

Alessandro può essere l’oggetto di una ricerca, non di una storia; lo stile e il contenuto delle prime storie scritte su di lui sono tali che ogni narrazione che ostenti sicurezza si squalifica da sé. Ancora meno può essere oggetto di un ammonimento o di una lezione di morale. Studiare il passato alla ricerca delle forme di follia umana e di superstizione popolare significa soltanto incoraggiare le stesse nostre speranze e timori, riportate in una diversa società. La storia dei Greci antichi non può essere sermone morale, ma uno studio che procede a ritroso su un vasto arco di tempo; a una tale distanza è ancora possibile condividere le esperienze degli uomini, perfino quelle di un Alessandro; e dopo duemila anni la ricerca, benché mai facile, è spesso viva, sempre degna di essere condotta.

Nato in un’età in cui la biografia ancora non si era sviluppata, Alessandro può dirsi fortunato per la mancanza di dettagli noti che concernano i suoi primi anni. Se i bambini trovano l’infanzia un periodo noioso, lo stesso raramente avviene per i loro biografi, perché oggi l’infanzia è considerata fonte di tanta parte di quello che segue e nelle esperienze dell’adolescenza può esservi un significato duraturo. Nell’antichità non esisteva nessuna teoria psicologica al riguardo, e fino ad Agostino un uomo non avrebbe mai scritto memorie che trattassero il bambino come la matrice dell’uomo. La prospettiva dell’esistenza era rovesciata, e l’infanzia era per lo più descritta attraverso una serie di aneddoti che rispecchiavano falsamente i tratti dell’adulto futuro. Re e vescovi erano ricordati come fossero re o vescovi già da piccoli; e così di Alessandro bambino, futuro conquistatore della Persia, si disse che una volta avesse stupito gli ambasciatori persiani alla corte di suo padre facendo precoci domande sulle loro strade e le loro risorse. Storie come queste sono eleganti, ma non per questo meno sospette. Almeno tre storici di Alessandro furono suoi coetanei e uno di essi scrisse un libro sulla sua educazione; un altro era legato al suo primo maestro di letteratura. Nessuna di queste opere è sopravvissuta, e così l’adolescenza di Alessandro è per lo più affidata al romanzo e alla fantasia; e a tre famose figure, sua madre, il suo cavallo, il suo tutore, che ispirarono a loro volta un gran numero di leggende.

Quando Alessandro chiese al suo maestro di musica perché avesse tanta importanza toccare una corda piuttosto che un’altra, il maestro rispose che non aveva nessuna importanza per un futuro re, ma ne aveva per uno che voleva fare il musicista.

Mentre i padri, abitatori delle colline, avevano posseduto soltanto rozza ceramica, braccialetti primitivi d’osso, e spade arcaiche con impugnature dorate, questa nuova generazione aveva denaro e gusto per dipinti e per pavimenti a mosaico; mentre le loro madri avevano indossato gioielli d’oro in uno stile rozzo e primitivo, e partecipato alle battaglie contro i barbari, gli amici di Alessandro potevano mantenere amanti ateniesi, offrire alle loro donne braccialetti e collane di eleganza orientale, e ai loro artisti i tappeti persiani i cui modelli essi poi copiarono nei fregi dipinti. La vita dura, fatta di bevute, cacce e guerre, continuava, ma gli ufficiali di Alessandro avevano più qualità di quanto generalmente venga loro attribuito; fuori della patria, a Babilonia, Arpalo era capace di sovrintendere al più grande tesoro del mondo, e di studiare nuove piante per un giardino orientale, mentre uno dei figli di Antipatro se ne andò a fondare una comunità sul monte Athos, adottando un proprio alfabeto. Niente poteva essere più lontano dalle usanze montanare dei contemporanei di suo padre; e anche Alessandro evitò una vita interamente macedone.

Il contatto tra il più grande cervello e il più grande conquistatore della Grecia è irresistibile, e il loro reciproco influsso da sempre ha occupato l’immaginazione.

Alessandro era quindi molto più che un uomo duro e ambizioso; aveva quel vasto arsenale di interessi che ha sempre l’uomo curioso, e nei giorni di Mieza doveva avere avuto ampiamente l’occasione di risvegliare quegli interessi. «È l’unico filosofo – disse cortesemente di lui un amico – che io abbia mai visto in armi».

Onesicrito, fr. 17 a Jacoby

La giovane aristocrazia macedone stava cominciando a imparare che cosa significava adattarsi. Nello spiegare gli straordinari successi di Alessandro un posto di rilievo va assegnato ai suoi ufficiali, i cui progressi culturali nella giovinezza non possono che avere esteso il loro contributo alla carriera del re. La generazione di Alessandro arrivò a condividere e ad appoggiare le sue ambizioni con una nuova fiducia in se stessa, talora impressionante, e un’intelligenza che spesso andava ben oltre le cose della guerra. Non a caso, il solo macedone che accettò il modo di vita persiano proveniva anch’egli da Mieza.

Sembra che una ricerca sul giovane Alessandro sia destinata a fallire, eppure questo compito non può essere evitato, in quanto la personalità di Alessandro è probabilmente il contributo più originale da lui portato alla storia. Come conquistatore, più che per cambiare, venne per amministrare l’eredità e restaurarla, ma come uomo ispirò e richiese ciò che pochi capi hanno osato considerare possibile.

«Essere sempre il migliore, stare sempre al di sopra degli altri»; questo, a quanto si sa, era uno dei versi omerici preferiti da Alessandro.

Cfr. Iliade I 287

Quando fu chiesto ad Alessandro come sarebbe riuscito a controllare i Greci, egli rispose: «Non rimandando mai a domani quello che deve essere fatto oggi».

La sua formazione [dell’esercito macedone] è una storia affascinante, che conduce direttamente a Filippo, il quale costituisce la ragione più immediata per cui Alessandro divenne grande.

Questo esempio Alessandro lo diede in misura anche superiore a quella di suo padre, e il suo comando fece degli Eteri la migliore unità di cavalleria della storia (compresa quella di Gengis Khan).

I grandi generali sono soliti non dimenticare gli stratagemmi che hanno funzionato in passato, e Alessandro mostrò presto che egli era in grado di tenere a mente tanto quello che leggeva quanto quello che sperimentava.

Alessandro era sufficientemente uomo di mondo per sapere che una classe non è meno vendicativa della classe nemica, e così proibì ulteriori vendette e persecuzioni, ben sapendo che vittime innocenti sarebbero state fatte in nome della vendetta democratica. «Fu per quello che fece ad Efeso, più che per ogni altra cosa, che Alessandro si guadagnò una buona fama».

Arriano, I 13

L’esultanza del momento rendeva tutto ciò perfettamente naturale; ma è prova della profonda gratitudine delle città il fatto che la venerazione di Alessandro come un dio non può considerarsi una reazione temporanea e obbligata.

Come sulle rive del Granico Parmenione era stato introdotto nella storia all’unico scopo di sottolineare il coraggio di Alessandro e nascondere la verità dettata dalla prudenza, così a Mileto fu usato per lo scopo opposto, per sottolineare il senso logico di Alessandro e sorvolare sui rischi assolutamente reali che egli si prendeva congedando la flotta alleata.

L’assedio di Alicarnasso costituisce il preludio a uno dei maggiori temi dei successi di Alessandro come generale. Oggi, egli è soprattutto ricordato per le battaglie campali e per l’estrema lunghezza delle sue marce di trasferimento; ma per i suoi contemporanei, forse, l’impressione più notevole lo lasciava come distruttore di città fortificate. Prima e dopo di lui, mai questa attività era stata svolta con altrettanto successo.

Questa è soltanto l’opinione di Tolomeo, che si rivela irta di inverosimiglianze per chiunque sia abituato a mettere in dubbio la parola dell’amico di Alessandro. A Tolomeo piaceva infarcire la sua storia di felici presagi.

La vittoria, come non era mai accaduto prima nelle guerre combattute in Grecia e come raramente sarebbe accaduto poi anche nei tempi moderni, era stata merito esclusivo della cavalleria, sopraffatta nel numero e gravemente limitata dalle caratteristiche del terreno, ma che, ciò nonostante, era stata capace di reggere il confronto con l’ala destra persiana, di espandersi a sinistra e colpire i fianchi e il centro dello schieramento avversario. Una cavalleria del genere non si sarebbe più vista fino alla doppia carica dei Cartaginesi a Canne, dove però il terreno era piano e gli avversari, i Romani, non erano addestrati come gli Orientali di Dario, e nemmeno così bene armati. La vittoria di Alessandro non può essere attribuita a superiorità delle armi, anche se alcuni, non tutti, i cavalli e cavalieri dei Persiani erano armati pesantemente, tanto che forse il peso ne rallentò la ritirata finale. Furono sconfitti perché travolti dalla carica e sbilanciati nello scontro corpo a corpo e ciò era il risultato dell’addestramento, dell’impeto e dell’alto morale che rendevano gli Eteri la più perfetta cavalleria della storia; e di questo il loro comandante, Alessandro, deve essere tenuto direttamente responsabile.

«Il genio – disse una volta Napoleone – è la misura inesplicabile di un grande comandante». Prima di Tiro, la strategia militare di Alessandro poteva dirsi buona, piuttosto che grande; con un salto qualitativo al momento della sfida, egli stava ora per dimostrare per la prima volta il genio che lo contraddistingue nella storia militare. Prima di iniziare l’assedio, mandò araldi a Tiro a offrire la pace in cambio della resa. I Tiri li presero e li uccisero, gettando i loro corpi dalle mura della città in piena vista del nemico. «Non è lecito rompere una tregua, né uccidere un araldo: non si deve infierire su un uomo che si arrende.»

Diodoro Siculo, XXX 18

Imperturbato, Alessandro obiettò «che quanto più l’impresa sembrava impossibile, tanto più doveva essere compiuta; il fatto sarebbe stato così straordinario che avrebbe indebolito i nemici, mentre fallire sarebbe stata una grave disgrazia, se mai i Greci o Dario lo fossero venuti a sapere». Gaza, come Tiro, era troppo forte per essere lasciata intatta sull’unica via di comunicazione di Alessandro; e questa considerazione deve avere pesato quanto l’attrazione dell’impossibile.

Arriano, II 26.2

Se solo fossero noti maggiori dettagli, la presa di Gaza sarebbe certamente annoverata tra le imprese più notevoli di Alessandro. Come a Tiro, egli aveva condotto un’azione di forza attraverso uno schema strutturale di mirabile ardimento e con una coscienza quasi provocatoria del possibile; perché l’aver imposto all’esercito, già stanco delle fatiche di Tiro, di ammucchiare un’enorme montagna di sabbia nel caldo della tarda estate, non è piccolo tributo alla taumaturgia di Alessandro.

Il destino di Bati è più discusso; non si sa che gli ufficiali di Alessandro ne abbiano parlato, ma il pettegolezzo dei soldati dice che gli furono passate delle corde attorno ai piedi e, legato dietro al carro di Alessandro, fu trascinato dai cavalli per la città, mentre Alessandro paragonava la sua punizione a quella dell’Ettore omerico trattato secondo gli ordini feroci di Achille. Col passare del tempo, la descrizione dell’episodio divenne sempre più sinistra, ma non c’è ragione di dubitare della sua autenticità. In Tessaglia, ad esempio, si aveva l’abitudine di trascinare il corpo dell’assassino, tirato da cavalli, attorno alla tomba della sua vittima; e Alessandro era accompagnato da un grosso contingente di cavalleria tessala. I Tessali possono bene avergli suggerito un genere di punizione che accarezzava aspirazioni omeriche del re. Oltretutto, a Gaza Alessandro era stato ferito due volte e il suo esercito si vendicò sempre in modo particolarmente spietato delle città che gli avevano causato ferite.

In cambio, si dice che Alessandro sia stato incoronato come faraone dell’Alto e del Basso Egitto, un onore ricordato soltanto nel fantasioso Romanzo di Alessandro ; questa incoronazione non può essere datata a un mese preciso, ma è avvalorata dai titoli faraonici che gli furono attribuiti nelle iscrizioni dei templi dell’Egitto.

Callistene «tentò di fare un dio di Alessandro» e gli dette gli attributi di Zeus; e così presentò il pellegrinaggio di Siva come la rivalità di un figlio di Zeus con un altro, fin dall’inizio.

Polibio, XII 23

[Siva] Era la Delfi dell’Oriente greco, e come greco, non come faraone, Alessandro poteva essere curioso di saperne di più su un dio che era noto e venerato dai Greci per la sua veridicità. Zeus Ammone a Siva era l’ultimo oracolo greco di qualche fama a disposizione prima che Alessandro conducesse le sue truppe nell’interno dell’Asia, e solo per questa semplice ragione egli desiderava consultarlo.

Forse per un errore fortunato, forse per un accenno segreto nel santuario, forse semplicemente col suo saluto sui gradini del tempio, il sacerdote di Ammone aveva confermato ciò che, dai colloqui con la madre, Alessandro sospettava da tempo, e l’apparente casualità del responso di Ammone nulla toglie alla sincerità di Alessandro.

È questa abilità nell’ispirare temi sulla sua persona e nel ratificarli in futuro coi propri successi che conferisce ad Alessandro il suo massimo fascino.

L’Egitto doveva riconciliarsi col faraone forestiero alla sua maniera e lo fece, come altre volte, mediante un mito del passato.

Vinse Alessandro e gli fu assegnato dal re, soddisfatto, il possesso di dodici villaggi di campagna e il diritto a indossare abiti persiani; abilmente, un disastro era stato trasformato in uno spettacolo, e i premi concessi al vincitore erano il primo accenno degli onori orientali che Alessandro avrebbe riservato a se stesso una volta morto il vero Dario.

Per chi vi partecipa, una battaglia non è mai chiara, né spiegabile; i primi resoconti di Gaugamela dicono assai di più sullo stato d’animo della corte di Alessandro dopo la vittoria, che non sugli eventi reali del campo di battaglia.

Un greco aveva pianto di gioia per la stessa cosa che aveva fatto piangere di dolore un persiano: Alessandro, il primo uomo al mondo a governare insieme questi due popoli, avrebbe presto dovuto cercare un compromesso tra loro.

In caso di emergenza non c’è unità che si spacchi più in fretta di un clan familiare e di amici.

Per la prima volta nella storia una cospirazione era stata resa importante; il re che le era sopravvissuto aveva agito rapidamente e, quando il vento del Sistan cominciò a diminuire era tempo per lui di considerare il modo migliore di impiegare altrove il suo senso dell’anticipo.

Per gli ufficiali di Alessandro la geografia era corretta solo se prima di tutto si adattava al mito; e anche se l’Hindu Kush è più imponente delle montagne greche ed è scuro come il pane degli indigeni, è un paesaggio con una precisa atmosfera greca.

Niente dice di più sullo stato d’animo degli uomini del modo in cui essi interpretano un presagio.

Era la prima volta che il petrolio veniva scoperto in Iran da uomini dell’Occidente.

A cena, il vino locale scorreva a profusione; era più un segno di nervi logorati che non della nuova inclinazione ai costumi barbari che gli storici posteriori vollero scoprire in Alessandro: come a Filippo, gli era sempre piaciuto bere e ora più che mai aveva delle scusanti, nelle condizioni in cui si trovava.

Quando due contemporanei sono così reticenti, è difficile essere sicuri di ciò che veramente avvenne.

Quando scoppia una rissa del genere, essa può illuminare il passato come il lampo di un fulmine e lasciare via libera a tuoni che stavano brontolando nell’aria. Ma nel caso di Clito e Alessandro il fulmine ha diverse biforcazioni, e il tuono è stato sovente frainteso.

Alessandro soffriva, come viveva, al livello più intenso e una crisi personale lo spingeva non già verso la tirannide orientale, ma alla sua dimensione di vita omerica.
Ma quella notte di terrore si può anche interpretare come una frattura, acutamente sentita, dell’immagine che Alessandro e coloro che gli erano più vicini avevano fatto propria. Erano giovani, avevano fatto conquiste quali nessuno mai prima di loro. Alessandro aveva solo ventotto anni. La spaccatura naturale tra giovani e vecchi fu aggravata dalle circostanze, non ultimo il fatto che il figlio della storia più ricco di acerbi successi aveva subito, in un momento di estrema tensione, una lezione sui molto maggiori risultati raggiunti dalla generazione di suo padre. I veterani non trovarono Alessandro mutato in peggio nei loro confronti; continuarono a servirlo e anche a salire ad alti comandi; ma da allora in poi certamente avrebbero esitato prima di lodare oltre misura il loro passato al seguito di Filippo di fronte a un uomo che, giustamente, sentiva di essere debitore alla propria iniziativa, e alla guida di Zeus Ammone, tanto quanto al suo padre terreno. Alessandro non rinnegò Filippo, più di quanto non ne avesse tradito le ambizioni; semplicemente lo superò. Non c’è ragione di pensare che anche Filippo non sarebbe stato felice di dominare tutta l’Asia, portare il diadema persiano e mettere in evidenza la sua parentela con Zeus; c’è invece da dubitare che avesse lo slancio necessario per farlo. Alessandro aveva invece dimostrato di poterlo fare, checché ne dicesse Clito, e il suo straordinario successo rendeva tanto più offensivi i confronti del vecchio, in quanto erano falsi. Non c’è motivo di negare le qualità degli uomini di Filippo, ma essi avevano fatto di più in cinque anni con Alessandro che in venti con Filippo. I mesi successivi all’uccisione di Clito mostrano nel modo più esplicito perché lo stile di Alessandro affascinava il mondo classico, ancora lungo tempo dopo che le imprese di suo padre erano state dimenticate.

È presumibile che sia invece rimasta al campo, dove assistette a uno degli episodi più travisati della vita di suo marito. E un fatto che non si può capire senza tenere presente il suo background persiano, prova di un cambiamento nei progetti di Alessandro. Una volta compreso, è un piccolo, ma rivelatore, squarcio dello stato d’animo di Alessandro. La questione verte su un bacio di corte.

Questo episodio postconviviale spiega, al di là di ogni possibile dubbio, le intenzioni di Alessandro. Prima di imporre la proskynesis, desiderava sperimentarla in privato con pochi e scelti amici: prima, essi dovevano rendergli omaggio come gli Iranici comuni l’avevano sempre reso al loro re; poi, siccome invece essi erano quei macedoni con i quali tanto aveva in comune, dovevano essere ricompensati con un bacio, che, tra i Persiani, veniva scambiato esclusivamente tra eguali o tra il re e i suoi consanguinei. Il bacio li reintegrava quindi nella loro precedente dignità ed eliminava qualsiasi possibile idea che Alessandro ricercasse la proskynesis perché desiderava sembrare un essere divino; nessun dio ha mai distrutto l’illusione di sé concedendo ai suoi adoratori il privilegio di un bacio. Il piano non poteva essere concepito in modo più ragionevole; e nonostante l’indignazione dei Romani, dei filosofi e di altri che non ne hanno compreso i precedenti persiani, Alessandro ne esce benissimo. Era un esperimento sociale; e, una volta tanto, un testimone aveva descritto esattamente ciò che era avvenuto.

Come nel caso delle morti di Clito e di Parmenione, il complotto dei paggi è in parte connesso con il solito vecchio problema: il degradamento di ufficiali che pensavano di meritare un servizio più lungo, o migliore. Parmenione era vecchio; Clito, quali che fossero le ragioni personali, era caduto in disgrazia; i padri dei paggi erano stati vittime di mutamenti non noti negli alti comandi. Ragazzi di quindici anni si curavano più di se stessi e delle posizioni dei loro genitori che dei principi del pensiero politico greco, tuttavia anche questi possono avere rappresentato la loro parte. Al di là di questo, i loro motivi non possono essere individuati.

L’ultima parola, e la sola certa, spetta giustamente ad Anassarco «il contento». «Una vasta cultura – scrisse – aiuta grandemente un uomo, o grandemente lo danneggia. Aiuta l’uomo acuto, ma danneggia il chiacchierone, che in qualsiasi circostanza dice quello che gli piace. Si deve conoscere la giusta e appropriata misura di tutte le cose; questa è la definizione della saggezza».

H. Diels, Fragmente der Vorsokratiker, II, p. 239.

La noia è una forza vitale che la storia sempre tralascia; Alessandro aveva ventinove anni, era invincibile e si trovava ai margini di un continente sconosciuto; tornare indietro sarebbe risultato spaventosamente privo d’interesse, perché la vita in Asia prometteva poco oltre la caccia e il compito tedioso di sedare le ribellioni e stabilire i decreti provinciali. Solo in un discorso alle truppe è fatta menzione di una marcia verso l’Oceano Orientale, estremità del mondo, secondo l’opinione dei Greci. Benché il discorso non sia certamente vero alla lettera, è suggestivo (non soltanto perché è romantico) credere che questi dettagli sono fondati sulla realtà. Se l’estremità del mondo era l’ambizione di Alessandro, era una meta che esercitava il suo fascino sulla sua curiosità non meno che sulla sua brama di potere.

Grazie ad Alessandro si diffuse per la prima volta nell’Occidente una più esatta conoscenza dell’elefante.

Ma contro un Alessandro, la pace è un’ambizione pericolosa.

Non altrettanto rapidamente sparì la fama di Bucefalo. Nell’arte del periodo dei successori di Alessandro ricorre, da Balkh all’Egitto, il tema romanzesco di un cavallo con le corna. Comune alle zecche orientali e occidentali, si ritrova sulle monete d’argento di Seleuco, il successore di Alessandro in Asia, e compare altresì su una placca di gesso, nel regno egiziano di Tolomeo. Ora, Seleuco era famoso per avere ucciso un toro con le mani nude e perciò si dice che in molti ritratti egli fosse raffigurato con le corna del toro; con una notevole statua, ad Antiochia, egli commemorò un cavallo che una volta gli aveva salvato la vita. Ma questi due motivi, pure uniti assieme, non spiegano completamente perché il suo cavallo sia rappresentato con le corna, né perché l’Egitto dei Tolomei, suo nemico dichiarato, abbia adottato lo stesso motivo. Un tema condiviso da Seleucidi e Tolomei deve plausibilmente derivare da Alessandro, unico modello comune. Bucefalo, secondo una tarda testimonianza, non aveva corna sue, come molti credevano, ma in battaglia veniva ornato con corna d’oro, finimento adatto per un destriero il cui nome significava testa di bue. Se è vero, questo può essere il significato dei cavalli cornuti dei diadochi; enfatizzavano così i loro diversi legami con Alessandro, ma facevano anche rivivere la memoria di Bucefalo, perfino sulla faccia delle monete usualmente riservata a un dio. Memorie di questo genere sono dure a morire. Più di duecentocinquanta anni dopo, in una statua equestre di Roma, il cavallo di Giulio Cesare era rappresentato in modo da ricordare le fattezze di Bucefalo. Mille anni ancora dopo, il viaggiatore Marco Polo ascoltò a Balkh racconti relativi ai sovrani di Badakhshan, tra il Pamir e l’Osso, vicino al posto della più nordorientale tra tutte le Alessandrie; i loro cavalli – dicevano – discendevano da Bucefalo ed erano nati con un corno sulla testa, ma gelosie all’interno della famiglia reale avevano fatto uccidere il solo stallone e così la razza ormai si era estinta. Gli uomini non potevano eguagliare Alessandro, ma potevano almeno avanzare pretese sui suoi attributi, fino agli zoccoli e ai finimenti del cavallo che l’aveva portato per vent’anni ed era morto, eroe indimenticato, presso il fiume Jhelum.

«Tu, Zeus, tieni l’Olimpo; io tengo la terra sotto il mio dominio».

Plutarco, Fortuna o virtù di Alessandro I 9

Non c’è cosa più dura per un uomo di vedere messi in discussione i suoi progetti, quando sa che potrebbe realizzarli solo se gli altri condividessero i suoi arditi pensieri.

Se un imitatore indiano fu in grado di compiere la conquista, altrettanto avrebbe potuto fare il modello dieci anni prima. Si poteva mettere il regno di Dhana Nanda contro se stesso, e Alessandro avrebbe avuto la possibilità di passeggiare tra i pavoni di Palimbotra, sarebbe progredito nella scherma e si sarebbe goduto i laghetti sui quali i principi indiani da sempre avevano imparato a navigare. Non molto lontano dalle porte di Palimbotra il Gange si espande in un estuario e scorre tra le palme, in mezzo a rive che sono campi di fango scuro. Non chiede che di essere seguito e ad Alessandro bastava farlo per altri novecento chilometri, avrebbe visto il mare aprirsi di fronte a lui e avrebbe capito, erroneamente ma acutamente che era finalmente arrivato ai margini del suo mondo. L’Oceano Orientale stava a una distanza di tre mesi e i soldati l’avevano rifiutato. Il sogno del conquistatore degli ultimi tre anni era fallito proprio quando sapeva fin troppo bene che poteva diventare realtà.

Un uomo prudente sarebbe balzato giù tra gli amici, ma la prudenza non aveva mai portato Alessandro a risparmiare se stesso perdendo la gloria, e così invece balzò dentro la città.

«I suoi amici erano adirati con lui perché aveva corso un simile rischio di fronte all’esercito; e dicevano che la cosa si addiceva a un soldato, non a un generale». La loro deplorazione li tradisce; dopo la morte di Alessandro essi non si meritarono mai una devozione paragonabile a questa. Un greco anziano si fece avanti e, notando il fastidio di Alessandro, con rude accento disse: «È il dovere di un uomo essere coraggioso», e aggiunse un verso della tragedia greca: «L’uomo d’azione è destinato alla pena e alla sofferenza». Alessandro lo approvò e stabilì con lui più stretti rapporti d’amicizia. Aveva pronunciato il vero motto dell’Achille omerico.

Arriano, VI 4-5

«Alessandro – scrisse il cretese Nearco, da lungo tempo stabilitosi in Macedonia e che per tutta la vita rimase amico del re – desiderava ardentemente attraversare il mare dall’India alla Persia, ma temeva la lunghezza del viaggio e la possibilità che la spedizione trovasse una distesa di terra nuda o non riuscisse a valersi di punti d’ancoraggio, o si trovasse a corto di rifornimenti e venisse quindi totalmente distrutta. Se così fosse avvenuto non sarebbe stata macchia da poco sui suoi successi passati e avrebbe oscurato tutta la sua buona fortuna. Ma anche tenendo conto di ciò, il suo desiderio di compiere qualcosa di nuovo e di strano trionfò sulle sue paure».

Arriano, Storia indica 20.1-2

C’è una tendenza nell’uomo che lo porta a osare ciò che gli altri hanno considerato impossibile; quanto ad Alessandro, non aveva mai creduto in impossibilità di alcun genere.

Uomini scampati alla morte per sete o per inedia non sono reticenti a proposito dei loro festeggiamenti perché proprio quando la civiltà è finalmente a portata di mano è duro per un esploratore rispettarla e applicare le sue piccole regole.

La prova della forza di un impero risiede nella sua capacità di sopravvivenza. Sulla carta, quello di Alessandro sembrava pericolosamente fragile, essendo sorretto soltanto da quarantamila soldati provinciali, all’incirca due dozzine di Alessandrie e uno stato maggiore che comprendeva nove degli ex satrapi di Dario. Eppure nessuno dei pretendenti o dei satrapi turbolenti era riuscito a organizzare una rivolta popolare, eccetto che in alcune sacche delle tribù montane. È un errore attribuire caratteri nazionalistici a queste rivolte, come se l’Asia fosse stata l’Europa dell’Ottocento.

Molto spesso nella storia greca gli esiliati erano tornati in patria, ma mai un uomo era stato così potente da riportare in patria i suoi nemici di un tempo, con la sicurezza che questo gli avrebbe portato vantaggio. Un gesto così generoso gli avrebbe conquistato certamente il favore generale, soprattutto quello delle città più deboli.

Si dice che Calano avesse scritto ad Alessandro: «I corpi tu li puoi muovere da un luogo all’altro; ma le anime non puoi costringerle più di quanto tu non possa forzare le pietre e i mattoni a parlare».

Non c’è niente di più pericoloso della franchezza dei vecchi amici, soprattutto quando è in discussione il loro status.

«Un re – si dice che Alessandro proclamasse – non deve mai fare altrimenti che dire la verità ai suoi sudditi; e un suddito non deve mai presumere che un re non dica la verità.

Arriano, VII 5.2

Il soldato comune detestava ciò che vedeva accadere. Da lungo tempo viveva constatandone i sintomi: il vestire persiano di Alessandro, per quanto moderato; i suoi uscieri, i suoi Eteri persiani, la proskynesis accettata almeno da parte degli Orientali. Tuttavia, finché la sua posizione personale non veniva toccata, non si preoccupava di queste blande innovazioni al punto di ribellarvisi. Si godeva la sua amante asiatica, e, checché se ne pensasse, l’Oriente era una favolosa fonte di ricchezze. Ma quando ebbe capito che lo si stava soppiantando, tutto quello che l’Oriente rappresentava gli apparve pericoloso e disgustoso. La sua concubina era ora divenuta la moglie legittima; non gli piaceva lo spettacolo dei matrimoni persiani organizzati dal re; dimenticò ogni logica e lo irritò Peucesta che favoriva nella provincia di Persia i costumi persiani come se fossero un privilegio. Cominciava a brontolare, temendo i successori per ragioni implicite nel loro nome. Che ne sapevano loro della carestia sofferta nell’Hindu Kush, degli elefanti del Panjab, delle dune di sabbia del Makran?

Le Alessandrie erano – e il loro fondatore lo sapeva benissimo – il modo più sicuro per passare ai posteri.

Fin da Susa, da quando erano apparsi i successori, i soldati erano accigliati e scontenti. Ora Alessandro li riunì e disse loro che gli anziani e gli invalidi dovevano essere congedati e rimandati in Macedonia. Sarebbero stati splendidamente ricompensati «per l’invidia dei loro amici in patria e l’emulazione di quanti restavano in servizio». Fu la proposta peggio accolta di tutte quelle che fece in vita sua. I soldati lo fischiarono e gli urlarono contro. Si dice che gridassero: «Va’ avanti con le tue campagne in compagnia di tuo padre (e intendevano Aminone, non Filippo) ma se licenzi i veterani devi licenziarci tutti». Altre notizie sull’episodio divergono, siccome gli insulti degli ammutinati non sono mai registrati con precisione; ma avessero o meno fatto riferimento ad Aminone la loro disobbedienza fu trattata in modo assai sbrigativo. Alessandro balzò giù dalla piattaforma, attorniato dai suoi più stretti collaboratori, e indicò i mestatori che voleva fare arrestare. Tredici uomini furono catturati e marciarono verso la morte. Alessandro risalì sulla piattaforma e si lanciò in una delle sue potenti orazioni. Poi si ritirò nel quartiere reale, dove si chiuse dentro, rifiutandosi di vedere gli Eteri o di pensare alle sue necessità private. Solo gli intimi furono ammessi all’interno. Nessuno dei suoi ufficiali risulta aver dato una descrizione dell’ammutinamento, ma i punti in questione sono inequivocabili. Nessuno deplorò che Alessandro avesse perduto il senso della misura o la capacità di reggere l’impero, tuttavia molti ufficiali, persino un Ipparco, si erano messi dalla parte dei veterani, una scissione eccezionale tra i comandanti di Alessandro e i suoi amici intimi. Lo fischiarono non perché li aveva condotti nel Makran o perché si preparava a condurli a ulteriori battaglie, ma perché li voleva escludere da un futuro che, lo sapevano, era ancora in grado di offrire. Non era un ammutinamento di uomini che volevano tornare a casa, perché dopo dieci anni che stavano in Asia una casa nelle estreme regioni della Macedonia superiore aveva perso il suo già scarso fascino: ex pastori di alture avevano visto e saccheggiato un mondo molto più ricco e intendevano restarne al vertice. Non avevano alcuna intenzione di lasciarlo a un corpo di successori orientali e a una brigata mista di Eteri persiani, quando c’erano invece per portarlo avanti degli ottimi macedoni (così almeno essi ritenevano). Era un ammutinamento di uomini che intendevano restare al loro posto; se avessero perso la fiducia in Alessandro, avrebbero potuto ucciderlo quando era saltato giù dalla piattaforma, e con lui uccidere le guardie del corpo. Non fecero nulla di tutto questo, perché avevano bisogno di lui.

Arriano, VII 8.1-3

Ma il suo trattamento della ribellione era stato nell’insieme magistrale. Il discorso, il rapido arresto dei capi, la completa accettazione delle precipitose minacce dei suoi uomini, i due giorni di silenzio, il banchetto di riconciliazione. Nessuno avrebbe potuto guidare la marcia del Makran, e restare lo stesso dopo quell’esperienza; ma serie di comportamenti come questi dimostrano che il cambiamento non era costato ad Alessandro il suo eccezionale fiuto nel guidare gli uomini. Non mostrò nessuna delle indecisioni e delle meschinità che si attribuiscono ai despoti in declino delle favole e dei sermoni; essendo un politico, era ovviamente impietoso; ma essendo un grande politico aveva il dono assai più raro di rendere i suoi progetti convincenti. Non avrebbe mai potuto piegare gli ammutinati all’abiezione della supplica se non fosse stato prima un uomo dalla straordinaria personalità. La stessa ardita tattica, applicata da un volgare tiranno, sarebbe finita con la guerra civile nel campo e con la sua uccisione da parte delle guardie del corpo. I generali che gli successero lo impararono fin troppo presto.

Sottolineare questa continuità non implica una critica ad Alessandro, perché un cambiamento profondo nell’impero, contro fattori inalterabili quali il tempo, la distanza, la tradizione locale, sarebbe stato ingenuo o irresponsabile. Però da un punto di vista greco questa continuità era di per sé sorprendente: quando fu portata fino alla legalizzazione dei matrimoni con le donne iraniche e alla nomina dei successori, rompeva completamente con gli slogan dell’inizio dell’invasione. Per i Greci che restavano in patria, il cambiamento più memorabile di Alessandro era proprio il suo atteggiamento conservatore riguardo a ciò che aveva conquistato; ma questo stesso conservatorismo aveva cambiato forma durante la spedizione. Aveva cominciato, erroneamente, con il restaurare i satrapi di Dario; al momento del suo matrimonio con Rossane stava facendo progetti d’avanguardia, usando gli Iranici come unità separate dell’esercito e occupandosi già delle più giovani reclute iraniche. Da quando era ritornato dal Makran, aveva mostrato una crescente propensione a trattare da pari a pari gli orientali a corte e al campo, se non nei comandi delle satrapie; è scorretto spiegare questo solo nei termini del bisogno di rimpiazzare le gravi perdite subite nel deserto: i trentamila successori iranici erano già stati scelti tre anni prima che fosse presa in considerazione l’impresa del Makran. Come la regina di Persia e le sue figlie, queste nuove reclute dovevano imparare il greco ed essere addestrate agli usi macedoni; i figli nati dai matrimoni di Susa, non meno che le famiglie abbandonate dai veterani che tornavano in patria, dovevano pure essere educati alla stessa maniera con in più il vantaggio della parentela mista alle loro spalle.

Alessandro è stato salutato come il fondatore della fratellanza tra gli uomini, oppure criticato per avere tradito la «purezza» della razza, ma dovrebbe essere considerato invece il primo uomo che desiderò occidentalizzare l’Asia.

Niente è più difficile che valutare Alessandro dopo la morte di Efestione.

Benché questa spesa fosse eccezionalmente prodiga, Alessandro poteva bene sostenere la sua parte. Il suo atteggiamento verso il denaro non era diverso da quello di suo padre Filippo, o di qualunque altro nobile agiato del mondo classico. Il denaro, per quanto poteva essere usato, esisteva non per essere conservato, ma per essere speso, cosicché il dissanguamento finanziario era una caratteristica costante della vita delle antiche aristocrazie cittadine, fossero greche, romane o bizantine.

Alessandro ora amministrava l’impero da un trono dorato e benché vestito, come prima, col diadema persiano, la cintura e la tunica a strisce, portava ora anche lo scettro dorato: la sua tenda ufficiale era retta da pilastri dorati e coperta da un baldacchino riccamente ornato di lustrini. Dentro, i cinquecento portatori di scudo superstiti facevano la guardia su sofà dalle gambe d’argento con l’aiuto di un migliaio di arcieri orientali vestiti di scarlatto, vermiglione e blu reale. Dietro a loro stavano cinquecento Immortali persiani, che ostentavano i loro splendidi ricami e le impugnature delle lance incise come un melograno. Fuori dalla tenda lo squadrone reale di elefanti sbarrava il passo ai visitatori non autorizzati, sorvegliati da mille macedoni, diecimila Immortali persiani meno importanti, cinquecento Indossatori della porpora che avevano questo privilegio. Magi, concubine, staffieri e uscieri bilingui continuavano a svolgere quel ruolo preminente che si erano conquistato nella Persia degli ultimi due secoli.

«L’uomo che conquista la Persia, aveva scritto un libellista greco, – conquisterà anche gloria pari a quella degli dei».

Isocrate, Epistole III 5

Con l’unica eccezione di Cesare, Alessandro è la sola personalità della storia antica la cui divinizzazione era destinata ad essere vastamente accettata e creduta. Su questo punto la sua carriera unica rompe completamente con i suoi predecessori: divenne lui stesso un precedente; dopo Alessandro la storia della pompa e della regalità non fu mai più la stessa. I suoi successori reali invocarono il suo nome, la sua guida e la sua invincibilità, copiarono la sua affermazione di essere figlio di un dio, come aveva confermato l’oracolo, e adottarono perfino il modo in cui teneva la testa o indossava il diadema. […] Per il mondo classico era diventato il prototipo della gloria e dell’eccellenza sovrumana e gli uomini erano riluttanti a dimenticarlo.

«Gli altri dei – dice un inno ateniese rivolto a uno dei successori di Alessandro venti anni dopo – o sono troppo lontani, o non hanno orecchi, o non esistono, o non ci prestano attenzione. Ma te ti vediamo dinanzi a noi, non fatto di legno o di pietra, ma vivo e reale».

Duride di Samo, fr. 13 Jacoby

«Alessandro – scrive Efippo di Olinto in un libello sulla Morte di Efestione e Alessandro – portava i sacri abiti degli dei ai pranzi, talvolta il mantello di porpora, le scarpe e le corna di Ammone, talvolta anche l’abito della dea Artemide, che spesso indossava anche sul carro, dove portava per lo più vestiti persiani e ostentava sulle spalle un arco e una lancia. Qualche volta si vestiva anche come Ermes, specialmente in festini dove indossava i sandali alati, il largo cappello, e reggeva il caduceo nella mano. Spesso portava la pelle di leone e la clava, come Eracle. Cospargeva di prezioso profumo e di vini dolci i pavimenti del suo palazzo, mirra e incenso venivano bruciati per il suo diletto. Ma un silenzio imposto piombava su tutti i presenti, che erano atterriti. Era feroce, e assolutamente insopportabile, e sembrava anche “malinconico”, vale a dire violento».

Efippo, fr. 5 Jacoby

È un raro momento per penetrare negli ultimi mesi della vita di Alessandro la constatazione che egli metteva il culto suo e degli dei al di sopra di tutti gli altri affari greci.

Certo per un uomo meno potente questo monumento sarebbe stato un’impossibile follia, ma era invece in accordo con la preoccupazione di un eroe di far vedere come egli rendesse al morto i massimi onori possibili, e per Efestione Alessandro non rinunciava ai suoi ideali omerici. Aveva la capacità finanziaria di realizzare l’impresa e gli architetti per portarla a compimento. I faraoni avevano da tempo costruito le piramidi, come un giorno i duchi avrebbero costruito i loro palazzi o i vescovi ancora costruiscono cattedrali. Solo una mentalità ristretta può catalogare questa stravaganza del nuovo faraone come «prova» sicura della sua delirante pazzia. Il progetto era fantastico e ovviamente influenzato dall’architettura babilonese. Dal punto di vista estetico era probabilmente orribile, ma la bruttezza da sola non può essere prova che un uomo sia impazzito, e c’era sempre il monumento di Arpalo alla sua donna a Babilonia, che richiedeva di essere sorpassato. Non ogni grande progetto del resto era accettato da lui. Quando l’architetto di Alessandro propose di scolpire sulla parete rocciosa del monte Athos la sua immagine, Alessandro rifiutò.

«In Egitto era dio e autocrate; in Persia, autocrate, ma non dio; tra i Greci, dio, ma non despota; in Macedonia, né dio né despota, ma un re semi-costituzionale».

W.W. Tarn, Alexander the Great , vol. I, p. 138

Alessandro era stato ferito in nove differenti parti del corpo negli ultimi dodici anni. Aveva perduto il suo amante e ora i profeti gli avevano predetto una sventura che i cortigiani non potevano evitare. Ma la domanda interessante è quella a cui le stelle non erano in grado di rispondere: se essi non abbiano alla fine agito in modo da sbarazzarsene.

Non disse nulla e giaceva immobile sul letto; ma il segno fatto implica che fosse vivo e che nessun veleno poteva essergli stato somministrato in una data lontana come quella del 29 maggio. Ci sono stati troppi presunti avvelenamenti nella storia fino al secolo diciannovesimo perché quello di Alessandro sopravviva a una contraddizione così micidiale.
Coloro che hanno dimestichezza con la morte degli uomini potenti non si sorprenderanno che quella di Alessandro sia un mistero difficile da risolvere in modo che non lasci dubbi. La storia è stata spesso ripetuta, ma dello stalo d’animo e delle circostanze che l’accompagnarono è utile dire qualcosa di più. Era morto Alessandro, un uomo «di cui generalmente si riconosceva la natura sovrumana», i suoi abiti divini non sarebbero più stati indossati nella loro integrità e i macedoni presenti, per quanto fosse loro risparmiata la marcia in Arabia, erano rimasti sconvolti e terrorizzati in una terra lontanissima dalla loro. Fuori dalla stanza da letto reale, nessuno era sicuro di ciò che era accaduto; quando fu annunciata la morte il 10 giugno, un’oscurità ominosa cadde sui bastioni e sulle larghe strade di Babilonia. Gli uomini vagavano per la città, non osando accendere una luce; non che il loro dio invincibile fosse morto, ma aveva, secondo le loro parole, lasciato la vita tra gli uomini; divinità solare, li aveva privati della luce quando la sua anima era ascesa nella sua sede tra le stelle. L’anima era immortale, il corpo giaceva esposto nelle sale desolate del palazzo di Nabucodonosor e, mentre i soldati comuni erano in ansia per il loro futuro, gli ufficiali già discutevano delle ultime parole del loro divino re. «Quando gli chiesero a chi lasciava il suo regno, rispose: “al più forte”. Aggiunse che prevedeva che i suoi più illustri amici avrebbero organizzato una grande competizione funeraria in suo onore». Morto di febbre o di veleno che fosse, Alessandro era morto senza riprendere l’uso della parola, di modo che tutte queste osservazioni devono essere considerate leggende. Ma i suoi uomini credevano che egli li stesse guardando dal cielo; entro una settimana la seconda delle sue presunte «ultime parole» stava già dimostrandosi assai più vera della prima. La competizione funeraria era cominciata, ma sarebbero passati molti anni prima che si vedesse emergere il più forte.

Diodoro Siculo, XVII 117.4

L’impero di Alessandro non fu mai attaccato dall’interno o da inferiori.

Più un uomo si trova lontano dalla sua patria, più fiera è la tenacia con cui si attacca a tutto ciò che una volta essa significava per lui.

Ma la politica è soltanto una parte della storia, e i Greci e la cultura greca non sparirono con il cambio dei padroni; perché gli anni sembrano istanti quando la distanza da noi è così grande, non è facile ricordare che le città greche nell’Iran sono durate quanto l’impero britannico in India.

Il fatto che la Siria si fosse associata alla comune cultura greca era più importante del fatto che non riusciva a trattenere i suoi figli più illustri. Questa cultura durò a lungo e divenne la cinghia di trasmissione per la diffusione del cristianesimo. Senza questa comune lingua greca, il cristianesimo non avrebbe mai oltrepassato i confini della Giudea.

Alessandro non aveva mai soggiogato la Cappadocia, rifugio montagnoso di molti seguaci di Dario, e sotto i suoi successori essa divenne un regno indipendente con una dinastia e un’aristocrazia iranica. Però, due secoli dopo Alessandro, quei re finanziavano attori greci e battevano monete di puro disegno greco. Un uomo di lettere cappadoce aveva rapporti con Delfi e una vecchia colonia militare assira nella pianura della Cappadocia già si era trasformata in una città greca che osservava la legge dei regni di Alessandro, ed emanava decreti in una lingua greca perfettamente equilibrata. Il vicino re dell’Armenia era in grado di gustare la letteratura greca, e scrisse egli stesso un dramma, benché il suo regno non avesse avuto nulla a che fare con i diadochi; le famiglie ellenizzanti di Gerusalemme volevano comprare dai re seleucidi il diritto di costruire un ginnasio per trasformare Gerusalemme in una città greca col nome di Antiochia, perché desideravano appartenere esse pure all’eredità di Alessandro, e il loro desiderio era tanto più forte in quanto spontaneo.

L’età d’oro della scienza sperimentale greca, che si ebbe in Alessandria d’Egitto sotto il patronato dei Tolomei, è il più alto riconoscimento delle doti intellettuali dei Greci; infatti nessun persiano mai calibrò una catapulta, studiò anatomia umana, applicò la forza del vapore a dei giocattoli, o divise il mondo in zone climatiche. Se la scienza greca rimase troppo a lungo seguace del dogmatismo aristotelico, sempre più teorica che applicata, fu tuttavia il sintomo di una nuova vivacità mentale. La valorizzazione finanziaria dell’Egitto era riservata ai Greci, cosa che i faraoni avevano già capito. In Alessandria, sotto i Tolomei, la tassazione, l’agricoltura, una canalizzazione perfezionata, la monetazione, le leggi commerciali, contribuirono ad aprire una nuova economia al mondo greco. Il contatto coi medici greci portò lo studio dell’anatomia umana a un livello largamente superiore alla magia egiziana; la biblioteca reale incoraggiò la nascita della filologia classica e la crescita, in quel momento piuttosto fiacca, della critica testuale.

La maggior parte degli storici si sono formati il «loro» Alessandro e una veduta unilaterale sul suo conto è destinata a non cogliere la verità. Ci sono tratti che non possono venire messi in discussione; per esempio la straordinaria robustezza di un uomo che ricevette nove ferite, ebbe spezzato un osso della caviglia, ricevette una freccia al torace e un colpo di catapulta alla spalla; due volte fu percosso da pietre alla testa e al collo; e una volta perse la vista per un colpo del genere. Un coraggio non lontano dalla follia non lo abbandonò mai sulla prima linea del campo di battaglia, una posizione che, da allora in poi, pochi generali hanno considerato conveniente. Il suo scopo era quello di mostrarsi un eroe: dal Granico a Multan lasciò dietro a sé uno strascico di imprese eroiche che non è stato più sorpassato ed è forse considerato troppo alla leggera in mezzo a tutti gli altri suoi successi. Ci sono due maniere possibili di guidare gli uomini: o delegare tutta l’autorità e limitare il fardello del capo o condividere ogni scelta e ogni difficoltà e farsi vedere a prendere su di sé la fatica più dura, prolungandola fino a quando tutti gli altri non abbiano finito. Il metodo di Alessandro fu il secondo, e solo chi si è trovato a subire il primo può capire perché i suoi uomini lo adorassero; si ricorderà anche quanto alla leggera si parla dell’esempio dato dal capo, ma quanto costa sia alla volontà che al corpo dare quest’esempio.
Comunque Alessandro non fu soltanto uomo duro, risoluto, senza paura. Feroce combattente, pure ebbe vasti interessi al di fuori della guerra: la caccia, la lettura, il patrocinare la musica e il teatro, l’amicizia costante con artisti, attori, architetti greci; badava al proprio vitto, dedicando ad esso un interesse quotidiano, apprezzando le quaglie egiziane e le mele dei frutteti occidentali; dai pozzi di nafta di Kirkuk agli Indiani «seguaci di Dioniso», mostrò la curiosità di un esploratore nato. Si occupò in modo intelligente dell’agricoltura e dell’irrigazione, che aveva appreso da suo padre; da Filippo inoltre gli veniva il costante interesse per le nuove città, le loro leggi, il loro aspetto formale. La sua generosità era famosa e amava ricompensare quella stessa esibizione di coraggio che richiedeva a se stesso; godeva l’amicizia di nobili iranici e aveva maniere cortesi con le donne, se voleva. Così come le esperienze orientali dei più tardi crociati per la prima volta introdussero nelle dimore femminili d’Europa il concetto di amor cortese, così la visione dell’Oriente che aveva Alessandro lo portò a usare questa cortesia. È straordinaria la maniera in cui i cortigiani persiani impararono ad ammirarlo, ma la caratteristica forse più insolita di Alessandro è la sua doppia simpatia per i modi di vita greco e persiano. Era impaziente e spesso vanitoso; gli stessi ufficiali che lo adoravano dovevano assai spesso trovarlo insopportabile, e Tassassimo di Clito ricordava atrocemente come l’ira potesse diventare collera cieca. E benché bevesse allo stesso modo in cui viveva, vale a dire senza risparmiare nulla, la sua mente non fu mai toccata da eccessiva indulgenza. Non era uomo da venire contrariato né da venire consigliato su cosa non era in grado di fare; e aveva sempre una salda opinione su ciò che voleva esattamente.
Insieme a modi bruschi, si accompagnavano disciplina, rapidità, e un acuto senso politico. Raramente faceva una proposta alternativa perché di solito gli altri lo deludevano; aveva una precisa conoscenza dei problemi, come si può vedere dalla sua insistenza sul fatto che la spedizione fosse la ritorsione greca del sacrilegio persiano, per quanto la maggior parte dei Greci fosse contraria ad essa, o dal modo brillante in cui comprese che la classe dirigente dell’impero avrebbe dovuto essere composta da iranici e macedoni insieme, mentre la corte e l’esercito dovevano essere aperti a ogni suddito capace di servire. Era generoso, ma calcolava la sua generosità in modo da adeguarla ai suoi propositi; aveva di meglio da fare che non aspettare per sincerarsi se chi cospirava contro di lui fosse effettivamente colpevole. Da grande stratega, affrontò dei rischi perché lo doveva fare, ma cercò sempre di costruirsi una copertura, fosse con lo «sconfiggere» la flotta persiana per terra, o col terrorizzare le alture dello Swat che dominavano la sua strada verso l’Indo; il suo indugio fino a quando Dario potesse affrontare la battaglia campale a Gaugamela fu uno splendido atto di aggressività, e il suo progetto di aprire la rotta marittima dall’India al Mar Rosso era prova di quella più vasta prospettiva della realtà economica della quale reca ancora testimonianza la sua Alessandria d’Egitto. Lo stesso ardimento incoraggiò la fatale marcia del Makran; aveva senso tattico, fosse sull’Idaspe o nella politica babilonese ed egiziana, ma l’eccessiva fiducia in sé poteva non tenerne conto; e non sempre interveniva la fortuna a salvarlo. È importante notare che la ragione del profitto non era la causa della sua costante ricerca di conquiste, più di quanto non lo sia stata della maggior parte delle altre guerre della storia. Attraverso Zeus Ammone, Alessandro riteneva di essere il beniamino del cielo; attraverso Omero, si era scelto l’ideale dell’eroe, e per gli eroi di Omero non ci poteva essere rifiuto di ciò che l’onore richiedeva. Entrambi questi ideali, quello divino e quello eroico, posero la sua vita troppo in alto per poter durare; entrambi erano gli ideali di un romantico.

A cinque anni dalla morte di Alessandro i suoi successori asiatici si riunirono in Persia, come per esaminare le questioni in oggetto dei loro dissensi. Ma non riuscirono neppure a sedere insieme, finché non fu suggerita la tenda reale di Alessandro, dove essi potevano parlare da eguali davanti allo scettro di Alessandro, al suo mantello reale e al suo trono vuoto. Questi uomini erano stati suoi ufficiali, e non potevano consultarsi tra loro senza la sua presenza invisibile. Con la sua morte, uno stato d’animo era scomparso dalla sua corte, ed essi lo sapevano bene. Ma solo un lettore di Omero può comprendere quale dovesse essere quello stato d’animo.

È sempre assai facile biasimare l’inadeguatezza degli storici contemporanei ad Alessandro, ma dovremmo tenere presente che prima d’allora nessun greco aveva narrato le imprese di un re ancora vivente con scrupolo e accuratezza, e non con intenti moralistici e panegiristici; e che mai c’era stato un re che avesse compiuto imprese vaste come quelle di Alessandro.

1 pensiero su “Aforismi: Robin Lane Fox – “Alessandro Magno””

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